Milano, Palazzo Reale
22 settembre 2010 – 30 gennaio 2011
La mostra intende approfondire il rapporto tra l’artista spagnolo e il tema del paesaggio: un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico, che offre inattesi spunti di riflessione in merito al legame di Dalí con la pittura rinascimentale italiana, il Surrealismo e la Metafisica, in un processo che, secondo il curatore Vincenzo Trione, porta il pittore dal caos dell’inconscio al silenzio. L’allestimento, a cura dell’architetto Oscar Tusquets Blanca – amico e collaboratore di Salvador Dalí e autore, insieme con il Maestro surrealista, della Sala Mae West nel Museo di Figueres e del famoso sofà Dalilips, qui in mostra riproposto, a metà percorso, nell’esatta ricostruzione dell’installazione del Museo – si presenta come uno spettacolo, in senso daliniano: una scenografia per cinquantasei opere, collocate in una successione di sale colorate che vanno dal nero tenebra alla luce azzurra del mediterraneo. Nella prima Stanza, nera, dedicata alla Memoria, emerge un Dalì che si riappropria dei capolavori del passato: li cita, li saccheggia, li decostruisce, li deforma, compiendo disinvolte “appropriazioni indebite”. Come accade per la statua della Venere di Milo con tiretti (e i tiretti sono soffici pon-pon) proveniente dal museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, e nelle tele dedicate a Lorrain (Omaggio a Claude Lorrain, 1977 e 1978) e a Vélasquez (L’infanta Margherita, 1982), e ancora negli omaggi a Michelangelo (La pietà/Eco geologica, 1982) e al Pointillisme (nella grande tela, del 1979, Aurora, mezzogiorno, tramonto e crepuscolo), per concludere con il famoso quadro dell’Apparizione dell’Afrodite di Cnido in un paesaggio (1981). Ma l’esercizio della memoria daliniano non si limita al “guardare dietro di sé”. I suoi paesaggi storici attingono anche dalla realtà a lui presente, e le sue opere, nel “guardare intorno a sé”, diventano mezzo di denuncia e di accusa. Nella successiva nera Stanza del Male, Dalì si fa cronista della sua epoca, interpretando vicende sociali e politiche che stanno sotto i suoi occhi: evoca gli orrori del conflitto civile spagnolo (Spagna, 1938), che sembra preludere ad un più vasto conflitto, ad un’apocalisse non lontana, drammaticamente proposta nelle due opere Volto della guerra (1940-41) e Melanconia Atomica (1943). Il percorso prosegue con la rossa Stanza dell’Immaginario, con dipinti più maturi dell’artista: un Dalì più autobiografico, che compone sofisticate geografie dell’anima, in cui si depositano tracce del flusso onirico, che aprono altri mondi, altre visioni. Qui sono presenti opere più legate al periodo surrealista, in cui l’artista approfondisce le tematiche legate all’inconscio, all’introspezione e alla ricerca di sé: dalle Tre età (1940) del Museo di St. Petersburg (Florida), al Ritratto di Katharine Cornell (1951), dall’incisione Il portico (1971) della serie “La vita è sogno” (chiaro omaggio a Calderòn de la Barca), fino alla grande tela Alla ricerca della quarta dimensione (1979) proveniente dalla Fondazione Figueras, uno degli ultimi quadri surrealisti di Dalì, nel quale l’artista riunisce in un unico contesto alcune icone a lui care: l’orologio molle (che qui diventa uno specchio lacustre), le rocce, le statue di spalle, i gruppi di piccole figure all’orizzonte, alcuni simboli ermetici, e i cipressi che rendono omaggio all’Isola dei Morti di Böcklin. Dalì ci fa anche entrare, in questi suoi paesaggi onirici. È la possibilità che offre l’interattiva Stanza dei Desideri, ovviamente una stanza tutta rossa, che riproduce fedelmente la celebre “Sala Mae West” del Museo Figueres. Un gioco prospettico simbolo della stravaganza e dell’eccentricità daliliana, realizzato nel 1975 da Oscar Tusquets Blanca, amico e collaboratore di Dalí: una tenda drappeggiata per i capelli, due vedute di Parigi per gli occhi, un doppio caminetto al posto del naso, il celebre divano Dalilips come labbra, il tutto “abitabile” dai visitatori, che potranno sedersi, per la prima volta, sul divano rosso, e proiettato su uno schermo. «Un sogno che possa fungere da soggiorno», dirà Dalì stesso della sala dedicata all’attrice sex-symbol degli anni Trenta. Dopo il sogno, entriamo nella Stanza del Silenzio e dei “paesaggi dell’assenza”, che ci spingono a “guardare oltre sé”, dove il caos dell’inconscio diventa l’equilibrio del silenzio. Qui il colore è azzurro intenso, i quadri diventano più silenziosi e l’artista abbandona la rappresentazione della figura umana. Non è più neppure il Dalì delle stratificazioni simboliche, ma quello dei richiami alla metafisica, con i miraggi, le dune desertiche e le atmosfere rarefatte. Nelle tele domina uno struggente silenzio, una misteriosa solitudine, un tempo fermo, fisso e immutabile. Emblematiche di quest’assenza, del silenzio, le due versioni, entrambe del 1981, del Cammino dell’enigma. Il passaggio successivo porta dal “silenzio” al “vuoto”. Se poco prima si poteva ancora credere nel sentimento dell’attesa, nella Stanza del Vuoto prevale l’incombente presenza del nulla. I paesaggi, desolanti inquietudini, sono sospesi fuori dal tempo e dalla storia. Sono atmosfere quasi magrittiane (Due pezzi di pane esprimono il sentimento dell’amore, del 1940, e Donna che dorme in un paesaggio, 1931), declinate in spazi apocalittici (Mostro bianco in un paesaggio angelico, 1977), in una luce sempre abbacinante e violenta (Tavola solare, 1936). In questa Stanza del Vuoto compare la vera chicca dell’esposizione: il grande trittico del 1936 Paesaggio con fanciulla che salta la corda che proviene dal museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, per la prima volta prestato all’estero, dopo un lungo restauro finanziato dal Gruppo 24 Ore Cultura, che ha anche prodotto la mostra. Epilogo del vuoto che porta all’astrazione è l’ultimo olio dipinto dall’artista prima della morte, nel 1983, Il ratto topologico d’Europa (omaggio a René Thom), conservato a Figueras: un monocromo azzurro, spaccato da ferite come scosse telluriche, a formare quasi un cretto. La mostra si chiude con la tonda sala azzurra in cui, per la prima volta, viene proiettato in Italia Destino, il cortometraggio realizzato da Walt Disney e Dalì tra il 1945 e il 1946, ma completato solo di recente negli studios californiani grazie ai disegni originali dell’Animation Research Library dei Walt Disney Animation Studios di Burbank in California, alcuni dei quali esposti in mostra. Un connubio perfetto tra il più geniale dei pittori surrealisti e l’inventore del cartoon moderno (altro storico incontro di Dalí con il cinema fu quello con Hitchcock per la scena del sogno in Io ti salverò): testimonianza che l’ibridazione dei linguaggi e la commistione di alto e basso non appartiene solo al nostro tempo. In definitiva, come disse lo stesso Dalì: «La bellezza sarà commestibile, o non sarà».
Carina la mostra di Dalì e il sogno continua…
Bellissima mostra e bellissimi sogni.
Allestimento perfetto, peccato a volte la luce un pò troppo soffusa.
Dalì non solo è geniale ma unico e speciale perchè riesce a far diventare l’irreale reale e il reale surreale.
Stupenda. Da vedere.
Fantastica la mostra a Ferrara, qualcuno saprebbe darmi l’interpretazione, la spiegazione del quadro di Dalì “L’eco del vuoto” ???
Ho sentito dire che sono raffigurati gli organi riproduttivi (maschile e femminile). Ma in che relazione stanno e da cosa sono rappresentati? la montagna? grazie