Genova, Palazzo Ducale
La mostra propone circa duecento opere allestite in alcune sezioni secondo le varie monocromie e disposte in relazione ai vari tipi di linguaggio adottati di volta in volta negli anni Cinquanta e Sessanta: i “tagli” dei concetti spaziali, le costellazioni di “buchi”, la matericità delle “pietre”, la poetica segnica delle “Fine di Dio”, così come la precisione delle “ellissi”, in un percorso comparativo che ambisce ad evidenziare l’essenzialità del procedimento gestuale di Fontana e la sua origine concettuale. Sinceramente, la mossa dei curatori non è parsa totalmente azzeccata e, anzi, nuoce sostanzialmente alla comprensione globale dell’opera dell’artista. Forse, è vero, le sue opere si prestano particolarmente ad una categorizzazione in serie più o meno omogenee, ma ciò avviene a scapito del messaggio concettuale delle stesse che risulta pertanto disatteso e accantonato in favore dell’estetica. E invece la poetica di Fontana per definizione rompe con l’estetica tradizionale, oltrepassa i confini della pittura e si proietta in una dimensione “altra”, inaugurando un nuovo corso all’interno della storia dell’arte e cambiando per sempre il criterio di percezione delle opere stesse. Probabilmente questo messaggio non passa a sufficienza nella mostra, dove invece le campiture cromatiche realizzate spesso con l’aerografo sembrano ricercare nel numero e negli accostamenti una nuova appetibilità visiva. Il percorso successivo di Fontana è noto a tutti: a partire dagli anni Cinquanta l’artista aggiunge nelle varie opere un impiego “spaziale” della luce, che rivela nuove forme plastiche e “ambienti spaziali” elaborati attraverso proiezioni di immagini luminose. L’utilizzo di tubi al neon o il sofisticato effetto della luce di Wood danno vita ad alcune delle prime installazioni della storia, anticipatrici delle successive ricerche degli anni Sessanta. Per quanto riguarda queste ultime, la mostra tenta di ricostruire alcune delle sue creazioni più originali: ci riesce forse con la replica del Lampadario (59-60 A1) mentre ottiene esiti incerti con altre installazioni, fra le quali doveva essere presente una copia della struttura al neon realizzata per la Triennale di Milano del 1964, ma che nel marasma labirintico finale non si riesce a trovare (fateci sapere dov’era se voi l’avete vista). Per il resto, efficace dal punto di vista museografico l’illuminazione con fasci di luci puntiformi delle sculture metalliche dall’esorbitante forza tellurica (Nature) poste fra le pareti affrescate della Cappella Ducale. Scadente il filmato, forse riciclato da qualche altra mostra ma certo non all’altezza della situazione e dei tempi che cambiano, soprattutto. Interessante l’ultima sezione, in cui all’interno di voluminose teche sono presenti parecchie ceramiche della produzione di gusto “barocco” dell’artista: la ceramica applicata alla scultura, permette a Fontana di fondere lo studio sul colore con l’analisi delle sfaccettature della materia, l’effetto della luce con la presenza fisica nello spazio. La loro esposizione risulta comunque utile per sottolineare il rapporto particolare dell’artista con il territorio ligure e in particolare con la città di Albissola, in cui Fontana ha soggiornato e lavorato per diverso tempo. Peccato, infine, che il bookshop sia stato approntato un po’ alla belle meglio nell’angolo, circondato dalle cataste di libri…
E voi? Che giudizio date?
Anch’io ho qualche riserva sulla mostra di Fontana…bisogna comunque tenere presente lo spirito “commerciale” che ormai aleggia sulle opere del grande maestro…così certe scelte dei curatori si spiegano molto meglio!
Milano non si smentisce…grande mostra per consacrare i talenti della nostra avanguardia…e poi, vogliamo parlare delle opere di Balla? Semplicemnete strepitose…
Mostra così così, percorso un po’ tortuoso. Bello però il “colpo d’occhio” entrando nelle sale…un 6 ci sta, 6 e mezzo al massimo.