L’ETÀ DI COURBET E MONET

Codroipo (UD), Villa Manin di Passariano

24 settembre 2009 – 7 marzo 2010

La mostra, attraverso uno spaccato interessante di dipinti incentrati su quattro temi fondamentali e cioè boschi/campagne/case, acque, ritratti e natura abitata, racconta il rapporto tra la nascita della cosiddetta scuola di Barbizon in Francia e la diffusione del Realismo e del Naturalismo nei paesi dell’Europa centrale e orientale.

Partendo proprio dagli artisti della scuola di Barbizon è proprio in Francia che si sviluppa, in età romantica, la pittura di paesaggio in cui va inserito questo movimento, noto anche come quello dei “Paesaggisti del 1830”. Nella seconda metà dell’Ottocento si ritrovarono quindi in un medesimo “cenacolo” alcuni pittori, diversi per temperamento ma animati dallo stesso desiderio di riscoprire valori ancestrali: la purezza della natura e la semplicità della vita campestre che era possibile dipingere solamente immergendosi in essa, vivendo in un luogo non contaminato dalla modernità della vita in città. C’è però una prima osservazione da fare sulla natura dipinta dalla scuola di Barbizon: il paesaggio non è quello idealizzato della tradizione francese, ma quello che si presentava davanti agli occhi dell’artista, osservato e studiato con una disposizione d’animo che fa tesoro dell’umiltà e che pone il pittore di fronte alla tela con un atteggiamento nuovo e incurante degli insegnamenti accademici. Da notare anche la concezione applicata al Realismo: l’esecuzione dei quadri infatti avviene non direttamente in presenza dell’oggetto naturale, ma, successivamente, attraverso una rielaborazione menale nel chiuso dell’atelier (cfr Camille Pissarro, Veduta di Eragny dalla finestra dello studio dell’artista, 1885, olio su tela). Da questi quadri emerge come i “Paesaggisti del 1830” non descrivano col pennello oggettivamente la natura, ma si facciano invece romanticamente trasportare dalle corde del sentimento, a volte intriso di pathos, a volte quasi distaccato come se la natura fosse un eden felice lontano dagli affanni del mondo quotidiano. Proseguendo lungo il percorso espositivo, la sezione dei ritratti colpisce particolarmente lo spettatore: è soprattutto qui che viene esaltata la peculiare specificità del linguaggio pittorico impressionista che si esplicita nell’uso sapiente del colore e della luce. Ecco allora quasi dal nulla, prendere forma sulla tela partendo dalla semplice osservazione di un volto, il sentimento: la tenera malinconia di Fifine di Lajos Deàk-E’bner (1875, olio su tela) dove l’occhio dell’artista si sofferma sulla quieta bellezza di una figura femminile nel periodo felice dell’infanzia che sembra quasi essersi fermata a riposare dopo il gioco o una corsa sfrenata e, ancora, la gioiosa trepidazione e la speranza verso un futuro che traspaiono dagli occhi di Elena e Camilla Montejasi Cicerale, di Edgar Degas (1865-1868, olio su tela). Un accenno va senza dubbio fatto anche alla sezione delle acque, dove l’occhio di Claude Monet si sofferma a rubare le sfumature di una natura selvatica poco propensa ad essere addomesticata ai voleri dell’uomo (cfr Claude Monet, Il Mediterraneo, 1888, olio su tela e dello stesso, Il forte di Antibes, 1888, olio su tela): nella pittura impressionista – e in Monet in particolare – l’acqua svolge sempre un ruolo fondamentale in quanto in grado di riflettere le immagini distorcendole. E la mutevolezza del riflesso varia in continuazione fornendo all’occhio una visione tremolante e quasi sfocata. L’acqua, così come appare evidente negli ultimi due dipinti citati, permette a Monet di rappresentare le immagini che percepisce con una libertà incredibile e una leggerezza straordinaria di tocco, realizzato in genere mediante tratteggi e pennellate “a virgola”, che sintetizzano immediatamente la poetica stessa dell’Impressionismo e cioè la volontà di cogliere l’attimo fuggente perpetuandolo per sempre.