LE SURREALISME ET L’OBJET

Parigi, Centre George Pompidou

30 ottobre 2013 – 3 marzo 2014

L’oggetto d’uso è sacro. Ce ne accorgiamo ogni giorno, vestendoci, acquistando accessori, camminando per strada, osservando i manifesti e gli schermi. La civiltà contemporanea ha dato nuovo senso agli oggetti, conferendo loro quella sacralità perduta dal culto e dalla devozione popolare. Oggetti sacri di frequente ironici, la cui funzione è evocare altro da sé. Non si tratta di un’invenzione degli ultimi decenni, ma di una tendenza che affonda le radici nella prima modernità, quando l’avanguardia ha trasformando l’estetica della civiltà borghese attraverso la derisione e la parodia. Gli oggetti tipici del mondo industriale si trasfigurano e stravolgono il proprio significato.

Un’evoluzione semantica che si può rintracciare visitando la mostra “Il surrealismo e l’oggetto” al Centro Pompidou di Parigi fino al 3 Marzo 2014. Il curatore, Didier Ottinger, propone un nuovo sguardo sul surrealismo, sviluppando l’ipotesi secondo cui, dopo l’adesione di André Breton e delle figure del “materialismo dialettico”, l’oggetto si impone nel movimento come risposta al richiamo totalizzante del sogno e dell’inconscio. Esiste un denominatore comune al dadaismo, al surrealismo, all’arte concettuale e alla Pop Art che spiega il ricorso della scultura all’oggetto quotidiano e giustifica l’attitudine dell’arte contemporanea a stravolgerne il senso con l’ironia.

Attraverso più di duecento opere di quarantatre artisti, tra cui numerosi capolavori di Giacometti, Max Ernst, Man Ray, Dalì, Magritte, Calder, Picasso, Miró, la mostra al Centro Pompidou illustra i momenti chiave di questa riflessione, fino ai risultati più contemporanei.  La metamorfosi degli oggetti sopravvenuta con il primo ready-made di Marcel Duchamp, il “Porta bottiglie” del 1914, e con i manichini dipinti da Giorgio de Chirico nello stesso anno, costituiscono il punto d’inizio di questa traiettoria, dieci anni prima del Manifesto del Surrealismo. Ad essi si affianca la “Palla sospesa” di Alberto Giacometti del 1930-31, considerata la prima scultura surrealista, le cui forme dall’erotismo latente sono definite da Salvator Dalí: «Oggetti con un funzionamento simbolico, che non richiedono alcuna preoccupazione formale e che dipendono solo dall’immaginazione amorosa di ciascuno».

All’esperienza di Duchamp e di Giacometti si riferiscono, negli anni successivi,  gli artisti che reinventano il senso di un oggetto attraverso il ready-made e l’evocazione delle forme. All’esperienza di De Chirico si richiamano gli artisti che rielaborano il corpo umano, da “La Bambola” di Hans Bellmer del 1933-36 ai numerosi manichini delle mostre collettive degli anni ’30. Il Manifesto Surrealista del 1924 presenta il manichino come uno degli oggetti più propizi a provocare la “meraviglia”, a far nascere quel sentimento di straniamento ispirato a Sigmud Freud dalla scoperta della bambola automa del racconto “L’uomo della sabbia” di Hoffmann.

Le mostre surrealiste degli anni ’30 consolidano queste direzioni. Nelle esposizioni internazionali del 1933 e del 1939 a Parigi, e soprattutto nella “Mostra Surrealista d’oggetti” alla Galleria Charles Ratton del 1936, la facoltà di designare come opera d’arte un oggetto d’uso diventa preponderante. La mostra al Centro Pompidou dedica tre sale a questa tappa del percorso. A cavallo della seconda guerra mondiale gli artisti declinano la pratica della scultura con l’arte dell’assemblaggio. Ne sono testimoni opere come “Apple Monster” (1938) di Alexander Calder, la “Venere del gas” (1945) di Pablo Picasso e il “Lupo-tavolo” (1947) di Victor Brauner. Joan Miró percorre questa strada con le “Constructions”, opere che sono allo stesso tempo collage e ready-made. Ombrelli, macchine da cucire, rubinetti, manichini compongono nello spazio una poesia familiare, evocativa, comprensibile a tutti eppure destabilizzante nella sua semplicità.

Il surrealismo del dopoguerra conferma le linee tracciate nei decenni precedenti e porta all’estremo i risultati acquisiti. La mostra parigina del 1947, e più ancora quella del 1959 dedicata all’eros, s’ispirano alle forze più segrete dell’animo, fondendo l’inconscio surrealista, la ricerca formale astratta e la mistica dell’oggetto. Gli ultimi decenni raccolgono questa eredità e la mutano in una pratica comune  a tutti i movimenti artistici, come testimoniano opere recenti quali “Hair Necklace” del 1995 di Mona Hatoum, “I Can’t Not Do That” del 2012 di Ed Ruscha e “La compagnie du bon goût” del 2012-2013 di Théo Mercier.

Nel 1938 il Dizionario del Surrealismo ha definito il ready-made di Duchamp un “oggetto innalzato alla dignità di opera d’arte dalla sola volontà dell’artista”. Questa definizione è rivelatrice delle ragioni stesse dell’arte contemporanea, della sua intellettualizzazione. Allo stesso tempo, ci spiega l’evoluzione di buona parte del design contemporaneo. Quando l’oggetto ha perso la sola ragione dell’utilità per evocare un altro messaggio, si giunge a quel decorativismo che troppo spesso riempie i negozi di gadget.