Milano, Palazzo Reale
6 febbraio – 7 giugno 2009
1909-2009: il futurismo compie un secolo. E se non un secolo intero, almeno cinquant’anni sono occorsi all’opinione pubblica italiana per metabolizzare e rivalutare il messaggio innovativo del movimento d’avanguardia autoctono che ha saputo imporsi sulla scena internazionale. Tutto ha inizio il 20 febbraio 1909 sul giornale “Le figaro” di Parigi: dopo aver ottenuto pochi “trafiletti” dalla carta stampata nostrana, Filippo Tommaso Marinetti decide di tentare oltralpe, convinto che le condizioni sociali ed il fermento culturale siano più adeguati che nell’“italietta” di inizio secolo, ancora ottocentesca e agricola fin nel midollo. E non ha torto, anzi: suscitando grande clamore, le nuove frenesie e il nuovo sistema di “valori capovolti” con cui svecchiare la società e prepararla al nuovo radioso avvenire tecnologico si propagano a macchia d’Olio dalla capitale francese e contagiano profondamente le correnti artistiche del tempo. E qui si annida il primo equivoco palesemente riscontrato nella recente mostra Le futurisme à Paris. Une avant-garde esplosive (2008-2009, Parigi, Centre Pompidou), conclusasi nel mese di gennaio scorso: il futurismo non nasce da una costola del cubismo francese – da Braque o da Delaunay – ma si presenta alla Francia come movimento autonomo orgogliosamente italiano, nato a Milano per la precisione. Ed è proprio nel capoluogo lombardo, in concomitanza con l’iniziativa del Mart di Rovereto (Illuminazioni. Avanguardie a confronto. Italia, Germania, Russia, dal 17 gennaio al 7 giugno 2009) e delle Scuderie del Quirinale di Roma (Futurismo. Avanguardiavanguardie, dal 20 febbraio al 24 maggio 2009), che si svolge la mostra “Futurismo 1909-2009”. Velocità + Arte + Azione, curata da Giovanni Lista e Ada Masoero. Il percorso della mostra inizia con uno sguardo generale sulla cultura visiva lombarda di fine Ottocento, nel momento in cui il Futurismo stava ponendo proprie basi ideologiche: si inseriscono qui alcune importanti testimonianze, dal simbolismo visionario di Alberto Martini e di Romolo Romani (aggiornato sulla cultura simbolista del Centro Europa) alla scultura plastica di Medardo Rosso. Poi è la volta del Divisionismo, vera e propria incubatrice del movimento: nella sala si impone Maternità di Gaetano Previati (1890-91), oltre alla pittura impegnata di Pellizza da Volpedo e agli esordi pittorici dei cinque creatori del Manifesto Tecnico della Pittura Futurista (1910): Giacomo Balla, Umberto Boccioni (Tre donne, 1909-10), Carlo Carrà, Luigi Russolo e Gino Severini. Poi dopo un breve “spaccato” in onore del sempiterno Martinetti, si apre una sezione dedicata agli anni Dieci: rientrano qui alcune opere celeberrime di Boccioni, tra cui quattro dipinti della serie Stati d’Animo (1911) e la vorticosa e straripante Elasticità (1912), accompagnate dalle coeve sperimentazioni di Giacomo Balla. Il tutto presentato con un attento allestimento giocato sulla pregnanza dei colori primari: pareti blu, superficie di calpestio rossa e pannelli esplicativi gialli. Si prosegue con un accenno a Gino Severini, convertitosi presto al cubismo, per poi inoltrarsi nel territorio della scultura, dagli Assemblaggi promossi dal Manifesto di ricostruzione futurista dell’universo (1915) del duo Balla-Depero, agli inconfondibili “giochi plastici” di quest’ultimo. A questo punto irrompe sulla scena una congerie di artisti che ibridarono la loro cifra stilistica col futurismo mantenendosene più o meno distanti a seconda dei casi: Sironi, con le sue Periferie; Soffici, coi collages sperimentali e Prampolini, che risponde all’ostracismo del movimento aprendo all’Europa e alle nuove contaminazioni internazionali. Una sala è poi riservata alle utopie architettoniche del periodo: dagli edifici avveniristici di Sant’Elia, attraversati in tutte le direzioni da treni, tram e metropolitane, all’impronta visionaria e vitalistica delle città funamboliche di Virgilio Marchi (Città fantastica: edificio per una piazza, 1919). Poi una saletta su arti decorative, manifesti pubblicitari, moda, esempi letterari paroliberistici ed infine una “chicca” non da poco: una ricostruzione scenografica di Balla per Feu d’artifice di Stravinsky (andata in scena a Roma nel 1917) con lampi di luce e colori al ritmo incalzante della musica. Dopodichè tutto ciò che dal futurismo, per vie più o meno traverse, discende: l’aeropittura di Tullio Crali, il polimaterismo e l’idealismo cosmico di Fillia, in cui il paesaggio da terrestre si trasforma in cosmico. Peccato per l’ultima sala, forse un po’ troppo angusta per contenere insieme Burri, Fontana, Dorazio (Din Don. Omaggio a Giacomo Balla, 1966) e Schifano (Futurismo rivisitato, 1966) e forse un po’ troppo sbrigativa la conclusione che questi grandi dell’arte siano scaturiti tutti dallo stesso calderone. Interessante anche la saletta in uscita, dopo il bookshop, con proiezione di un film futurista. Bella mostra, forse non di respiro internazionale (opere per la maggior parte recuperate fra Milano e Lugano…in periodi come questo non c’è da stupirsi!) ma sicuramente meditata e densa.
Dite la vostra…
Salve, ho visto la mostra dei futuristi e devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso dai capolavori esposti. E’ proprio vero che per fare una mostra interessante spesso non è necessario ricercare le opere in capo al mondo…
Futurismo a Milano. Nè sì, nè no: nel complesso un bel “NI” che contiene il compiacimento per una “struttura teorica” ben fondata e il rammarico per un’occasione tutto sommato mancata…forse si poteva fare davvero una grande mostra, ma forse non c’erano i soldi per organizzarla…
Milano non si smentisce…grande mostra per consacrare i talenti della nostra avanguardia…e poi, vogliamo parlare delle opere di Balla? Semplicemente strepitose…
Interessante l’indagine sul passaggio dal divisionismo al futurismo, ho scoperto dei collegamenti e delle derivazioni che non immaginavo. Andate a vederla, vale la pena