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	<title>mostreINmostra.it   &#124; Recensioni e segnalazioni delle mostre d&#039;arte maggiori.</title>
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	<description>Recensioni e segnalazioni delle mostre d&#039;arte maggiori.</description>
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		<title>I BORGHESE E L’ANTICO</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 07:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni De Girolamo</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte antica]]></category>
		<category><![CDATA[arti decorative]]></category>
		<category><![CDATA[Neoclassicismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
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		<description><![CDATA[Roma, Villa Borghese 5 dicembre 2011 – 9 aprile 2012 In principio fu il cardinale Scipione a fare della sua nuova Villa a Porta Pinciana uno dei luoghi più ricchi di opere d’arte del tempo, grazie alle sue mirabolanti collezioni. Erano i primi decenni del Seicento e quelle raccolte divennero subito punto di riferimento per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, <em>Villa Borghese</em></p>
<p><strong>5 dicembre 2011 – 9 aprile 2012</strong></p>
<p>In principio fu il cardinale <strong>Scipione</strong> a fare della sua nuova Villa a Porta Pinciana uno dei luoghi più ricchi di opere d’arte del tempo, grazie alle sue mirabolanti collezioni. Erano i primi decenni del Seicento e quelle raccolte divennero subito punto di riferimento per il collezionismo artistico europeo. Dopo la sua morte, quando la Villa e la sua collezione erano già perfettamente delineate, seguirà un periodo di relativo abbandono fino a quando nel 1770, <strong>Maracantonio IV Borghese</strong>, seguendo il gusto dominante dell’epoca, si fece promotore di un rinnovamento della Villa in chiave neoclassica. Decine e decine di statue, eteree e perfette, andarono ad occupare il centro delle sale confermando il segno della gloria dei Borghese e dello splendore della Villa. Poi, ai primi dell’Ottocento, l’intervento di <strong>Napoleone Bonaparte</strong> scrisse una pagina nera nella storia della Galleria e, in generale, del nostro patrimonio artistico. L’imperatore voleva con ogni mezzo ammantarsi dei simboli nel suo nuovo potere e intendeva replicare le conquiste militari anche in campo culturale. Per questo, per legittimare il suo potere imperiale, decise di mettere le mani sul mondo classico, attingendo a piene mani tra i tesori custoditi nella villa del cognato <strong>Camillo Borghese</strong>, a Roma. Ecco che 695 pezzi tra statue, vasi e rilievi furono regolarmente venduti alla Francia e presero la volta di Parigi, destinati al costituendo Museo del Louvre.</p>
<p>Oggi, dopo due secoli, una minima parte di quella meraviglia per la prima volta esce dalle sale del museo francese e ritorna in quelle della Galleria Borghese. Merito della mostra <strong>“I Borghese e l’Antico”</strong>, felicissimo frutto della collaborazione tra i due musei. Uno sforzo gigantesco, soprattutto da parte del Louvre che ha spostato una quantità incredibile di opere che, molto probabilmente, dopo questa mostra, non si muoveranno più. L’esposizione, a cura di Anna Coliva, Marina Minozzi, Jean Luc Martinez e Marie Lou Fabrega Dubert, è altamente filologica e tenta, attraverso accuratissime documentazioni studiate per anni, di ricollocare le opere nei loro <strong>ambienti originari</strong>. La risistemazione si dipana secondo due diverse prospettive; da un lato, l’allestimento del piano terra rispecchia quello tardo settecentesco dell’epoca di Marcantonio, mentre dall’altro, quella al primo piano si rifà alla sistemazione secentesca delle origini così come fu concepita dal cardinal Scipione. Così, ad esempio, è stato possibile ricreare la sala V ripopolandola di opere come l’Ermafrodito dormiente, restaurato dal giovanissimo Bernini che vi aggiunse un iperrealistico materasso di pietra, l’Ermafrodito stante, che si teneva in parte celato per motivi di decenza, e il gruppo con Castore e Polluce. Inevitabilmente, però, il ritorno a casa delle altre statue “parigine” ha causato lo spostamento di quelle “romane”. Il percorso è lungo e via via entusiasmante, ma anche difficile da memorizzare e solo appena riconoscibile dai basamenti color verde con profili chiari su cui sono esibite le opere del Louvre. L’<strong>esercizio affascinante </strong>e complesso di riproporre la disposizione originaria, oggi, è quasi impossibile, ma un aiuto è offerto dall’inserimento in varie sale delle riproduzioni degli acquerelli di Charles Percier che mostrano la collocazione dei reperti al ‘700, rendendo così possibile un confronto con la sistemazione attuale della Galleria.</p>
<p>La mostra è, dunque, un motivo in più per visitare la sempre splendida Galleria Borghese, e, con l’occasione, rendere omaggio a opere importantissime come le madonne di Raffaello o l’Amor Sacro e Amore Profano di Tiziano. In più, fino al 9 aprile, la mostra aiuta a capire veramente in cosa consistette quella vendita clamorosa,  l’“incancellabile vergogna” deprecata da Antonio Canova, presente nella stessa Galleria con la sua insuperata Paolina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I Borghese e l’Antico</strong></p>
<p>Roma, Galleria Borghese, Piazzale Scipione Borghese, 5</p>
<p>7 dicembre 2011 – 9 aprile 2012</p>
<p>Orari: dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00</p>
<p>Catalogo: Skira</p>
<p><a href="http://www.diecigrandimostre.it/">www.diecigrandimostre.it</a></p>
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		<title>HIC SUNT LEONES</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 16:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Coluccia</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>

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		<description><![CDATA[ESPLORATORI, GEOGRAFI E VIAGGIATORI TRA OTTOCENTO E NOVECENTO Udine, Chiesa di San Francesco 11 novembre 2011 – 15 aprile 2012 &#8220;Questa vita girovaga, mezzo alpinistica e mezzo marinara, esercita su di me un’attrazione grandissima. Mi pare che se per tutta la mia vita dovessi girare il mondo studiando e lavorando anche a costo delle più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ESPLORATORI, GEOGRAFI E VIAGGIATORI TRA OTTOCENTO E NOVECENTO</strong></p>
<p>Udine, <em>Chiesa di San Francesco</em></p>
<p><strong>11 novembre 2011 – 15 aprile 2012</strong></p>
<p>&#8220;Questa vita girovaga, mezzo alpinistica e mezzo marinara, esercita su di me un’attrazione grandissima. Mi pare che se per tutta la mia vita dovessi girare il mondo studiando e lavorando anche a costo delle più gravi privazioni e dei più aspri sacrifici sarei un uomo felice&#8221;.  Sono quasi <strong>profetiche</strong> queste parole che l’esploratore e geografo friulano Ardito Desio ha pronunciato durante una delle innumerevoli spedizioni compiute in zone funestate dal caldo torrido del deserto sahariano fino a quelle avvolte dal gelo del Karakorum e dell’Antartide, spinto dalla sua sete di conoscenza e di avventura e che ha dato vita, insieme a molti suoi compatrioti, alla mostra “Hic sunt leones. Esploratori, geografi e viaggiatori tra Ottocento e Novecento. Dal Friuli alla conoscenza dei Paesi extraeuropei”, che si tiene fino al 15 aprile 2012 nell’ex chiesa di San Francesco di Udine. La mostra è composta da fotografie, oggetti, proiezioni e <strong>postazioni multimediali</strong> che, attraverso un percorso ben studiato, conducono lo spettatore, passo dopo passo, verso un modo di viaggiare ormai dimenticato da noi cosmopoliti moderni abituati a tutte le comodità, prima fra tutte quella di raggiungere il luogo designato per le nostre esplorazioni nel minor tempo e costo possibili. Il percorso espositivo risulta interessante soprattutto per la ricostruzione della mentalità del <strong>viaggiatore</strong>: se infatti i reperti come le tende da campo, i binocoli, le vettovaglie di viaggio sono sicuramente interessanti e aiutano a ricostruire le difficoltà pratiche degli spostamenti, vincente risulta la visione dei numerosi filmati che lasciano intravedere la gioia o lo sconforto degli esploratori dopo che avevano raggiunto o perso un obiettivo e i numerosi taccuini di viaggio che testimoniano le fatiche, ma anche il grandissimo senso di libertà e persino la pace interiore, che derivano dall’incontro di altri popoli, costumi e tradizioni e che fanno del confronto un arricchimento reciproco.</p>
<p>La mostra, nello specifico, si articola in <strong>tre unità tematiche</strong> che parte da una sezione introduttiva, dedicata alla preparazione del viaggio, scandita da verifiche bibliografiche e cartografiche, nella preziosa è la testimonianza della ricerca dei compagni di spedizione le volte in cui si erano persi e dell’equipaggiamento necessario per gli spostamenti. C’è poi un nucleo centrale della mostra, intitolato “Il viaggio come conoscenza”, che propone, in senso cronologico le spedizioni condotte dai friulani verso le Americhe, l’Asia e l’Africa: dal Beato Odorico da Pordenone, primissimo esempio in Friuli di esploratore di terre lontane, che insieme con Marco Polo svelò per primo all’Europa i misteri dell’Oriente, fino a giungere alle figure emblematiche di Pietro e Giacomo Savorgnan di Brazzà (XIX sec.) e alle loro spedizioni, in particolare quella di Pietro in Congo.</p>
<p>C’è infine una terza sezione, intitolata “Verso un nuovo mondo”, rivolta a tutti i nuovi elementi che hanno arricchito il nostro <strong>sistema culturale</strong> grazie allo scambio fra elementi di culture diverse e nei più diversi ambiti, dalla lingua, alla cucina alle usanze sociali.</p>
<p>Particolarmente interessante è una piccola sezione dedicata alle viaggiatrici in America tra Ottocento e Novecento. Sono attrici e artiste che si muovono per motivi professionali, donne che accompagnano la famiglia e che poi proseguono il loro destino come viaggiatrici, spesso dell’anima: è il caso di <strong>Tina Modotti</strong>, arrivata bambina in America grazie al padre e poi diventa fotografa d’eccezione nel cogliere i moti dell’indole umana e dell’umano agire e <strong>Syria Poletti</strong>, figura di grande intensità, friulana d’adozione e protagonista del panorama letterario argentino tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. <strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>HIC SUNT LEONES</strong></p>
<p>Udine, Chiesa di San Francesco, Largo Ospedale Vecchio<br />
11 novembre 2011 – 15 aprile 2012<br />
Orari: mar-ven 8.30-12.30/15.30-18.00; sab-dom 10.30-18.00<br />
Catalogo: Museo Friulano di Storia Naturale di Udine<br />
Info: <a title="http://hic.suntleones.it/" href="http://hic.suntleones.it/" target="_blank">http://hic.suntleones.it/</a></p>
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		<title>TRANSAVANGUARDIA ITALIANA</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 12:16:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Poletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Transavanguardia]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano, Palazzo Reale 23 novembre 2011 – 4 marzo 2012 La grande mostra di Palazzo Reale – che raccoglie in tutto 66 opere: 44 provenienti da musei, fondazioni, gallerie e collezioni private italiane, e 22 da musei e collezioni europee e dalle maggiori gallerie che hanno lavorato e promosso la Transavanguardia nel mondo – si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Milano, <em>Palazzo Reale</em></p>
<p><strong>23 novembre 2011 – 4 marzo 2012</strong></p>
<p>La grande mostra di Palazzo Reale – che raccoglie in tutto 66 opere: 44 provenienti da musei, fondazioni, gallerie e collezioni private italiane, e 22 da musei e collezioni europee e dalle maggiori gallerie che hanno lavorato e promosso la Transavanguardia nel mondo – si inserisce tra le manifestazioni patrocinate dalla Presidenza della Repubblica e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, è promossa da Regione Lombardia e curata da Achille Bonito Oliva, e rappresenta un’opportunità per cogliere le peculiarità e le assonanze dei protagonisti di <strong>un movimento del tutto italiano</strong> e ormai storicizzato: un quintetto di artisti, Sandro Chia (Firenze, 1946), Enzo Cucchi (Ancona, 1949), Francesco Clemente (Napoli, 1952), Nicola De Maria (Benevento, 1956) e Mimmo Paladino (Benevento, 1948), accomunati dal bisogno di un <strong>ritorno alla manualità</strong>, alla gioia ed ai colori della pittura dopo anni di dominazione dell&#8217;arte concettuale, autonomi nella ricerca artistica e negli esiti conseguiti.</p>
<p>Il termine <strong>“Transavanguardia”</strong> (oltre l’avanguardia), coniato dal critico Achille Bonito Oliva, ispiratore e teorizzatore del movimento nel 1979, identifica quel nucleo di cinque giovani talenti, che ha rappresentato per l’arte italiana l’occasione di farsi conoscere a livello internazionale. Nel filmato inserito nel percorso della mostra, il critico racconta la nascita del movimento: «L’idea mi venne nella seconda metà degli anni Settanta. Avevo scritto un libro sull&#8217;artista manierista che, nel secondo Cinquecento, sostituì al principio di invenzione quello di citazione. Vedevo analogie con la crisi generale del sistema contemporaneo: il crollo delle ideologie, delle economie e la fine dell’ottimismo sperimentale delle avanguardie secondo cui la storia procede sempre secondo un continuo progresso. Invece possono esserci dei contraccolpi, e allora la citazione è un modo per affrontare l’impasse del caos. Come i manieristi citavano i maestri del Rinascimento, così i transavanguardisti sostituivano la nostalgia del passato con l’ironia». E l’ironia è senz’altro la cifra espressiva di <strong>Sandro Chia</strong>, in dialogo con temi iconografici mutuati dai grandi artisti del passato (Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Picasso, Savinio, De Chirico, Chagall, Cézanne) come in <em>Due pittori al lavoro</em> (1982), <em>Garibaldi</em> (1980) e <em>Prestigiatore incapace</em> (1980) – in cui il prestigiatore appare senza mani –, per arrivare ad una <strong>nuova figurazione</strong>, una nuova ricerca neo-espressionista, in cui l’artista celebra la sensualità del corpo e la vitalità della natura nell’esuberanza di figure sempre più monumentali, che trovano spesso risoluzione completa nel bronzo.</p>
<p>Monumentali sono anche le opere astratte di <strong>Nicola De Maria</strong>, con le sue esplosioni di gialli, rossi e azzurri che, «dopo il bianco e nero penitenziale dell’arte concettuale», dice Achille Bonito Oliva, riconoscono alla Transavanguardia la riscoperta di una pittura ritrovata, come in <em>Ma fleur</em> (1979), <em>Amore</em> (1980-81), <em>Polline-Pensieri generosi delle donne</em> (1983-84), <em>I fiori salutano la luna</em> (1984), e nel ‘divertissement’ <em>Mattino nel regno dei fiori</em> (1981) – in cui l’artista ha collocato un veliero blu, con stelle gialle e rosse sulle vele, sul fondo di una valigia aperta, con il cielo, stellato, e di un intenso blu cobalto all’interno del coperchio, che si rispecchia nel blu del mare della base – fino ad arrivare a vere e proprie autocitazioni, come in <em>Testa dell’artista cosmico</em> del 1982, in cui la testa è rimpicciolita in un angolo del quadro, mentre nella riedizione del 1985 la testa campeggia al centro, dilatandosi fino quasi ad occupare l’intero quadro.</p>
<p>La Transavanguardia, nota ancora Achille Bonito Oliva, «ha avuto anche il pregio di porre il problema dell’io, delle singole individualità artistiche, aprendo così la strada al policentrismo e al multiculturalismo di tutti i soggetti periferici dell’arte». Questa particolare caratteristica del movimento la si rintraccia al massimo grado nelle opere di <strong>Francesco Clemente</strong> che, trasferitosi a New York nel 1981, entra nella Factory di Andy Warhol e lavora con Basquiat, Haring e Scharf, riformulando e ritraducendo nelle sue opere le tematiche della Pop Art, ben visibili nelle quattordici tele in mostra, della serie <em>The Fourteen Stations</em> (1981-82).</p>
<p>Nelle ultime quattro sale, dedicate rispettivamente a Mimmo Paladino e ad Enzo Cucchi, si ritorna prepotentemente al <strong>recupero della memoria iconografica</strong> – per usare l’espressione di Achille Bonito Oliva, del “genius loci” – attraverso la citazione: «L’arte finalmente ritorna ai suoi motivi interni, alle ragioni costitutive del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è il labirinto inteso come “lavoro dentro”, come scavo continuo dentro la sostanza della pittura». Ne è un esempio <strong>Mimmo Paladino</strong>, che non solo sperimenta tecniche diverse (dall’encausto al calco in gesso), ma costruisce il proprio <strong>linguaggio espressivo</strong> attingendo a forme iconografiche dalle fonti più svariate: dall’arte egizia a quella greco-romana e medioevale (<em>Camion</em>, 1985; <em>Veglia</em>, 1985; <em>Terremoto</em>, 1983; <em>Tavolo</em>, 1986), dalla ricerca cromatica di Klee e Kandinsky a quella di Yves Klein (<em>Stregato</em>, 1978), trovando anche ispirazione, dopo alcuni viaggi in Brasile, nel mondo magico e alchemico, con una componente animistica (<em>Medusa</em>, 1984). A partire dagli anni ‘80, per Paladino sono sempre più numerosi gli interventi plastici e di recupero, e gli assemblaggi sulla scia di Robert Rauschemberg, in un serrato dialogo tra pittura e scultura (<em>Caduto a ragione,</em> 1989; <em>Affurtunato</em>, 1984).</p>
<p>Anche <strong>Enzo Cucchi</strong>, l’artista che chiude il percorso espositivo e forse il più visionario tra i cinque artisti che Bonito Oliva raggruppò a testimoniare la Transavanguardia, ha visto la sua opera approdare a poco a poco alla scultura e alla ceramica (<em>Senza titolo-</em><em>Quadri politici svizzeri</em>, 2010), venendo da una ricerca caratterizzata dal recupero dei mezzi espressivi tradizionali della pittura, ripensati attraverso inserti o appendici in ceramica (<em>Il ciclista</em>, 1978) o in gesso (<em>La deriva del vaso</em>, 1984-85) che ne hanno fatto una pittura “barbarica” e densa di materia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>LA TRANSAVANGUARDIA ITALIANA</strong></p>
<p>Milano, Palazzo Reale<br />
24 novembre 2011 – 4 marzo 2012<br />
Orari: lun 14.30-19.30; mar-dom 9.30-19.30; gio e sab 9.30-22.30<br />
Catalogo: Skira<br />
Info: <a href="http://www.mostratransavanguardia.it/">www.mostratransavanguardia.it</a></p>
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		<title>Arte antica: le mostre del 2012 in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 22:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Giannini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Free Talk]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Per gli amanti dell’arte antica forse ci sono stati anni che hanno regalato eventi ed esposizioni in numero sicuramente maggiore ma anche nell’anno che si è appena aperto avremo di sicuro molte mostre interessanti, alcune delle quali dedicate anche a qualche grande nome dell’arte. Vediamo quindi, mese per mese, quali sono le mostre del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Per gli amanti dell’<strong>arte antica </strong>forse ci sono stati anni che hanno regalato <strong>eventi ed esposizioni</strong> in numero sicuramente maggiore ma anche nell’anno che si è appena aperto avremo di sicuro molte mostre interessanti, alcune delle quali dedicate anche a qualche grande nome dell’arte. Vediamo quindi, mese per mese, quali sono le <strong>mostre del 2012 in Italia </strong>che, nel periodo tra gennaio e giugno, potrebbero di sicuro valere una visita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Gennaio</em></p>
<p><em></em>Il primo mese dell’anno vede sostanzialmente la chiusura di alcune delle <strong>grandi mostre </strong>iniziate l’anno precedente. L’anno delle esposizioni non può che partire da un evento che noi di <strong>mostreINmostra </strong>abbiamo già recensito: <strong>Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello</strong>, in programma presso il Museo Fondazione Roma fino al 12 febbraio. E sempre ai grandi del Rinascimento è dedicata <strong>Leonardo e Michelangelo. Capolavori della grafica e studi romani</strong>, che si tiene presso i Musei Capitolini fino al 12 febbraio e offre un confronto tra i disegni di due dei più grandi artisti italiani di sempre. Chiudiamo il mese a Verona con <strong>Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari </strong>fino al 9 aprile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Febbraio</em></p>
<p>Cominciamo da quello che forse è il più grande evento di questa prima parte del <strong>2012</strong>: la <strong>mostra monografica</strong> dedicata a Bernardo Bellotto, uno dei più grandi vedutisti settecenteschi nonché nipote del Canaletto. L’esposizione si intitola <strong>Bernardo Bellotto, il Canaletto delle corti europee </strong>e si tiene a Conegliano Veneto a Palazzo Sarcinelli fino al 15 aprile. Un’altra monografica si tiene in diverse sedi a Cento (Ferrara), fino all’11 marzo, e ci parla di scultura: <strong>Il fascino della terracotta. Cesare Tiazzi, uno scultore tra Cento e Bologna</strong>. Si torna quindi a Roma per scoprire le grandi collezioni di una delle più influenti famiglie del seicento romano con <strong>I Borghese e l’antico</strong> in mostra presso la Galleria Borghese fino al 9 aprile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Marzo</em></p>
<p>Ancora a Roma e ancora una mostra monografica con una delle personalità più importanti del Seicento: <strong>Guercino 1591-1666. Capolavori da Cento e da Roma</strong> è l’esposizione dedicata a Giovan Francesco Barbieri aperta fino al 29 aprile a Palazzo Barberini. Ancora in Veneto, ma questa volta nel capoluogo, è la mostra <strong>Armenia. Impronte di una civiltà </strong>che celebra il cinquecentenario della stampa del primo libro in lingua armena, in programma a Venezia (varie sedi) fino al 10 aprile. Coloro a cui interessa il collezionismo potranno invece andare a Bard, in val d’Aosta (magari anche per approfittare di un’ultima sciata), per la mostra <strong>I tesori del Principe. Capolavori delle collezioni del principe del Liechtenstein </strong>aperta fino al 31 maggio al Forte di Bard.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Aprile</em></p>
<p>Due grandi esposizioni per questo mese: la prima è <strong>Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini </strong>che si tiene nella città romagnola, a Castel Sismondo, dal 18 gennaio fino al 3 giugno. La seconda invece non deluderà gli amanti delle antiche civiltà: è in programma dal 19 marzo al 3 giugno a Milano, a Palazzo Reale, la mostra <strong>Celti d’Italia e d’Oltralpe</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Maggio-Giugno</em></p>
<p>Di nuovo a Roma per uno dei grandi eventi dell’anno, la mostra monografica dedicata a Jacopo Comin, noto anche come Jacopo Robusti ma conosciuto dai più come il <strong>Tintoretto </strong>che si terrà alle Scuderie del Quirinale fino al 10 giugno. È in programma al MAR di Ravenna dal 12 febbraio al 17 giugno invece la mostra <strong>Miseria e splendore della carne. Testori e la grande pittura europea</strong>, dedicata al critico d’arte Giovanni Testori e che espone diverse opere di molti artisti a partire dal Cinquecento per arrivare ai giorni nostri. Infine l’arte sacra con la mostra <strong>Francesco, il Santo </strong>che al Museo Civico di Rieti, dal 31 marzo al 2 settembre, celebra il patrono d’Italia con dipinti dei più grandi artisti che lo hanno raffigurato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Anticipazioni</em></p>
<p>Sono mostre di grande interesse, sono solo state annunciate ma mancano ancora le date: noi però ve le anticipiamo! A Milano in primavera potrà essere organizzata una mostra monografica dedicata al <strong>Bramantino </strong>nelle sale del Castello Sforzesco (manca però ancora la conferma ufficiale), mentre da settembre fino a gennaio 2012 sarà la volta di <strong>Francesco Guardi </strong>per un evento in programma a Venezia a Ca’ Rezzonico, oltre che di Tiziano: a lui sarà dedicata la mostra <strong>Tiziano giovane. Origini e problemi </strong>che si terrà presso la Galleria Borghese nello stesso periodo. Alle Scuderie del Quirinale invece si celebrano le vicende dell’impero bizantino con <strong>Bisanzio. La nuova Roma </strong>(da ottobre a gennaio).</p>
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		<title>LEONARDO DA VINCI: PITTORE ALLA CORTE DI MILANO</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 14:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela De Riso</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE CONCLUSE]]></category>
		<category><![CDATA[arte antica]]></category>
		<category><![CDATA[disegno]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Rinascimento]]></category>
		<category><![CDATA[SGUARDO INTERNAZIONALE]]></category>
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		<category><![CDATA[‘500]]></category>

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		<description><![CDATA[Londra, National Gallery 9 novembre 2011 – 5 febbraio 2012 La mostra “Leonardo da Vinci. Painter at the court of Milan” è un evento imperdibile per gli appassionati e gli studiosi del grande e poliedrico artista toscano. Curata da Luke Syson e Arturo Galansino, è incentrata sul periodo che il maestro passò a Milano alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Londra, <em>National Gallery</em></p>
<p><strong>9 novembre 2011 – 5 febbraio 2012</strong><strong></strong></p>
<p>La mostra “Leonardo da Vinci. Painter at the court of Milan” è un evento imperdibile per gli appassionati e gli studiosi del grande e <strong>poliedrico artista</strong> toscano. Curata da Luke Syson e Arturo Galansino, è incentrata sul periodo che il maestro passò a Milano alla corte di Ludovico il Moro, tra il 1482 e il 1499, uno dei più interessanti per la comprensione della sua carriera artistica, e si sviluppa in sei sale, secondo una divisione che è al contempo tematica e cronologica. La visione dei capolavori dell&#8217;’artista trova completamento grazie alla presenza dei suoi disegni e delle opere degli allievi che mostrano le modalità di ricezione delle <strong>innovazioni </strong>introdotte dal maestro. Nella prima sala è il <em>Ritratto di musico</em> della Pinacoteca Ambrosiana, che si guadagna la scena. Qui si intende approfondire lo studio dell’artista sull’<strong>anatomia umana </strong>e, in particolare, la fisiognomica e la costruzione della scatola cranica, su cui si concentra l’artista, che ritrae il suo soggetto a tre quarti nel tentativo di superare la ritrattistica tradizionale, che proponeva di riprendere il soggetto di profilo. Il <em>Ritratto di giovane</em> del Boltraffio mostra come la <strong>posa a tre quarti</strong> scelta dal maestro fu subito adottata dall’allievo. Nella seconda sala si fronteggiano due ritratti femminili di suprema bellezza e raffinatezza esecutiva. Da un lato, Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, ritratta nella <em>Dama con l’ermellino</em>, dall’altro la<em> Belle Ferronière, </em>opera in cui la perfezione geometrica <strong>sfida la bellezza</strong> frutto della natura. I disegni nella medesima sala testimoniano lo studio intrapreso prima della redazione delle sue opere. Si segnala in particolare lo <em>Studio di mani</em>, forse preparatorio per il ritratto di Cecilia Gallerani, che mostra come esse possano essere state tratte dal vero e successivamente rielaborate in un <strong>processo di idealizzazione</strong>. La terza sala ospita il non finito <em>San Gerolamo penitente</em> (1488-90) e una serie di disegni che permettono di scoprire l’interesse di Leonardo per le proporzioni umane e per l’anatomia muscolare. Ma è la quarta sala che lascia senza fiato: le due versioni della <em>Vergine delle rocce</em> esposte una di fronte all’altra. La prima, eseguita poco dopo l’arrivo dell’artista nella capitale del ducato; la seconda, successiva, che ebbe un forte impatto sulla cultura figurativa milanese, dove si vede la mano degli allievi. Completano la visione dei due capolavori i disegni preparatori dell’artista e, soprattutto, risultano interessanti le tavole di Ambrogio de&#8217; Predis e dell’altro collaboratore del maestro, che dovevano far originariamente parte della pala d’altare per la chiesa di San Francesco Maggiore a Milano. Nella quinta sala la controversa <em>Madonna Litta </em>e le Madonne degli allievi, Marco d’Oggiono e Giovanni Antonio Boltraffio. Interessanti gli studi di panneggi, che mostrano l’elevata qualità e tenuta stilistica che potevano raggiungere gli allievi di Leonardo. La <strong>novità attributiva</strong> introdotta nella mostra si trova nella sesta sala, ove è esposto il recentemente restaurato <em>Salvator Mundi</em>, su cui il consenso degli studiosi converge verso il genio toscano, e che fu forse dipinto per il re di Francia Luigi XII, dopo l&#8217;invasione francese e la conseguente fuga di Ludovico il Moro da Milano nel 1499. Accanto vi è il cartone di Sant’Anna, opera già conservata alla National Gallery e la <em>Madonna dei Fusi</em>, in cui si legge la mano del maestro, attivo insieme agli aiuti. Al secondo piano del museo, nella Sunley Room, è allestita la sala dedicata all’Ultima Cena, il capolavoro milanese del refettorio di Santa Maria delle Grazie, di cui è esposta la copia del Giampietrino, risalente al 1520 circa, che si ritiene sia la più fedele all’originale, insieme a tutti i <strong>disegni preparatori </strong>dell’artista, che mostrano le ricerche compiute da Leonardo per esprimere i moti dell’animo. Nel complesso, una mostra che fa luce sugli studi e le innovazioni compiute durante il periodo milanese dall’artista, con un contributo attributivo nuovo e la possibilità di ammirare capolavori del maestro uno accanto all’altro per la prima volta.</p>
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		<title>ERWIN WURM: BEAUTY BUSINESS</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 11:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marita Francescon</dc:creator>
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		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[Miami, Bass Museum of Art 1 dicembre 2011 – 4 marzo 2012 “Help yourself and get drunk” è una delle frasi che è possibile leggere sulle Drinking Sculptures (2011) di Erwin Wurm, opere che coinvolgono attivamente lo spettatore invitandolo a partecipare alla performance con poche semplici mosse: aprire le ante di uno dei mobili, tirare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Miami, <em>Bass Museum of Art</em></p>
<p><strong>1 dicembre 2011 – 4 marzo 2012</strong></p>
<p><em>“Help yourself and get drunk”</em> è una delle frasi che è possibile leggere sulle <em>Drinking Sculptures </em>(2011) di Erwin Wurm, opere che coinvolgono attivamente lo spettatore invitandolo a <strong>partecipare alla performance</strong> con poche semplici mosse: aprire le ante di uno dei mobili, tirare fuori la bottiglia di alcool, versarlo in un bicchiere ed ubriacarsi. Ci si può quindi soffermare ad interagire con il <em>Francis bacon Wardarobe </em>(2011) o con <em>l’Edward Munch Kitchen Cabinet </em>(2011), per portare a compimento il proprio lavoro che, come ricorda Wurm, termina solo quando si è ubriachi. L’artista viennese crea a cuor leggero anche pezzi con messaggi seri, attingendo da storia, umorismo e filosofia. I suoi ultimi <strong>lavori scultorei</strong> sono stati creati appositamente per questa mostra, in cui è possibile vedere due delle sue famose pareti lavorate a maglia, <em>Knitted Wall (Mental Purple)</em> e <em>Knitted Wall II </em>(2011), in cui si sfoca il confine tra la forma umana e quella dell’edificio. Con tali opere Wurm veste una parte del museo per creare <strong>un senso di calore e di sicurezza</strong>. Una serie di sculture/maglioni in piccola scala presentano forme di lana allungate e alterate da pezzi di legno grezzo, come in <em>Architecture </em>(2011)<em>, </em>in cui <strong>il punto di vista dello spettatore si trasforma</strong> e si perde nel momento presente, lasciando fuori dall’esperienza sia il passato, che a volte può essere doloroso, sia il futuro, spesso illusorio. <em>Beauty Business</em>, dal nome del giornaletto nascosto da Wurm in differenti luoghi della sua cameretta durante la giovinezza per tenerlo lontano dai suoi genitori, è una mostra che connette tutti i suoi interessi in termini di prestazioni, <strong>architettura domestica</strong>, forme e storia personale. In questa esposizione l’artista si focalizza per la prima volta sulla casa. Come osservò l’architetto Le Corbusier, lo <strong>scopo dell’architettura</strong> è quello di commuovere e Wurm si rende sempre più conto dell’alta “missione” dell’architettura realizzando opere il cui senso viene espresso non solo da ciò che ci fanno sentire ma dal modo in cui ci fanno vedere la <strong>complessità dei nostri sentimenti</strong> in relazione agli ambienti significativi che abitiamo. Per Wurm una dimora è uno spazio in cui si può esitare tra mondi, e l’attività di dimorare risponde alla natura di un luogo particolare aperto alla nostra immaginazione attraverso fantasie, sogni ad occhi aperti, desideri e ricordi. Una delle grandi intuizioni dell’artista è il credere che le emozioni che suscitano in noi alcuni luoghi siano spesso miste, e che molte volte <strong>siamo attratti da ciò che ci affascina e ci respinge</strong>. L’esposizione è curata dal Peter Doroshenko, direttore della Dallas Contemporary, nei cui spazi sarà visitabile dal 14 aprile al 19 agosto 2012. I lavori di Erwin Wurm, conosciuto per il suo divertente approccio al formalismo, sono stati esposti in mostre in tutto il mondo, dal Museum of Contemporary Art di Sidney al Museum of Modern Art di New York, dall’Ullens Center of Contemporary Art di Pechino alla Biennale di Venezia e sono inclusi in prestigiose collezioni come quelle del Guggenheim Museum di New York e del Centre Pompidou di Parigi.</p>
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		<title>RINASCIMENTO A ROMA</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 10:54:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni De Girolamo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[affreschi]]></category>
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		<description><![CDATA[NEL SEGNO DI MICHELANGELO E RAFFAELLO Roma, Museo Fondazione Roma &#8211; Palazzo Sciarra Colonna 24 ottobre 2011 – 12 febbraio 2012 Nonostante la povertà, le carestie, la Riforma luterana e le guerre, la Roma del ‘500, almeno dal punto di vista culturale e artistico, poteva considerarsi come il centro di riferimento di tutta l’Europa. Era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>NEL SEGNO DI MICHELANGELO E RAFFAELLO</strong></p>
<p>Roma, <em>Museo Fondazione Roma &#8211; Palazzo Sciarra Colonna</em><em></em></p>
<p><strong>24 ottobre 2011 – 12 febbraio 2012</strong></p>
<p>Nonostante la povertà, le carestie, la Riforma luterana e le guerre, la Roma del ‘500, almeno dal punto di vista culturale e artistico, poteva considerarsi come il centro di riferimento di tutta l’Europa. Era la città del Rinascimento, e sotto la guida di grandi papi, divenne approdo di artisti provenienti da ogni parte della penisola e del continente. Basti pensare ad esempio, solo tra i maggiori, a Michelangelo che lavorava alla Sistina, o a Raffaello che dipingeva le stanze di Giulio II in Vaticano e la Loggia di Amore e Psiche a Villa Farnesina per Agostino Chigi. Ma accanto a loro, poi, gravitava un intero universo di botteghe e allievi che avrebbe fatto di Roma, nel giro di poco tempo, la grande città dei Papi. Di questo clima esuberante e fecondo si fa portavoce, fino al <strong>12 gennaio 2012</strong>, la mostra organizzata dalla Fondazione Roma “<strong>Il Rinascimento a Roma nel segno di Michelangelo e Raffaello</strong>”, attraverso circa 180 opere che includono non solo sculture e dipinti, ma anche medaglie, disegni, incisioni e preziosi oggetti d’arredo che provengono da importanti musei italiani e internazionali come il Bargello e gli Uffizi di Firenze o l’Hermitage di San Pietrogurgo. La retrospettiva, curata da <strong>Marco Bussagli </strong>e <strong>Maria Grazia Bernardini</strong>, vuole illustrare sia gli aspetti artistici e architettonici che quelli urbanistici registratisi a Roma a partire dall’alto Rinascimento, sotto Giulio II e Leone X Medici fino all’arte dei decenni successivi, con la morte del grande Michelangelo (1564) e gli anni della Controriforma, facendo luce su uno dei periodi più felici della storia dell’arte. Eppure, nonostante il nutrito comitato scientifico, l’obiettivo non sembra pienamente centrato e il visitatore si muove, tra ritratti e piante, quasi spaesato in un percorso dal tema senza dubbio accattivante. Certo, trattare in poche sale l’immensa stagione del Cinquecento romano non è cosa facile, per questo lo scopo dell’esposizione appare ambiziosissimo ma, inevitabilmente, fallimentare. Almeno in parte. Questo si evince già dalla prima delle sette sezioni in cui è suddivisa la mostra, dove ad accoglierci sono i volti dei sommi Raffaello nel celebre <em>Autoritratto</em><strong> </strong>degli Uffizi, e <strong>Michelangelo,</strong> immortalato da Sebastiano del Piombo in un dipinto del 1520. Sono loro i protagonisti assoluti del primo ventennio del secolo, affiancati da altri artisti come <strong>Giulio Romano</strong>, <strong>Baldassarre Peruzzi</strong> e <strong>Perin del Vaga</strong>, di cui è esposta la deliziosa <em>Sacra Famiglia</em>. L’illuminazione poco felice, l’allestimento e la presenza di un gran numero di opere quasi sconnesse fra di loro, sono dei difetti che si incontreranno, potenziati, lungo il corso alquanto disarticolato della mostra. Seguendo, il corridoio adiacente si popola di tele di minore qualità, fino alla sala incentrata sul rapporto tra Roma e l’antico che espone opere ad un’altezza non certo favorevole alla piena fruizione. Verso la fine del faticoso percorso, quando si tratta di portare a compimento l’assunto critico della mostra, ci si accorge di come l’esposizione faccia acqua da tutte le parti: su tutte, la sfilata di opere dalla discutissima attribuzione al grande Michelangelo come il <em>Crocifisso</em> di Oxford o la <em>Pietà</em><strong> </strong>di Buffalo. Infine, dopo l’interessante sezione dedicata alla più grande impresa architettonica della città con il modello ligneo dell’abside di San Pietro, le enormi tele delle sezioni finali sembrano soffocare sulle pareti della sala. È, ad esempio, il caso dell’imponente <em>Adamo ed Eva</em> di Salviati, stretta tra le finte architetture della scenografia, o il bellissimo trittico di Siciolante da Sermoneta <em>Madonna con Bambino, Sant’Andrea e Santa Caterina</em><strong> </strong><em>d’Alessandria</em> della romana Galleria Colonna. È lodevole che la mostra, proseguendo idealmente quella del 2008 dedicata alla rinascita quattrocentesca della città, contribuisca a diffondere e valorizzare la nostra storia grazie a queste manifestazioni artistiche. Peccato, però, che mostre del genere non aggiungano nessuna discussione o riflessione nuova sull’argomento, e forse, per questo, non sono certo appuntamenti da non perdere.</p>
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		<title>ESPRESSIONISMO</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 19:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Coluccia</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Espressionismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
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		<description><![CDATA[Codroipo (UD), Villa Manin a Passariano 24 settembre 2011 – 4 marzo 2012 Se l’Impressionismo parte da un input esterno per far breccia nella sensibilità dell’artista e far parlare la sua peculiare oggettività, nell’Espressionismo è l’oasi interiore delle proprie emozioni e dei sentimenti a trascinare l’artista al di fuori di sé e a fargli descrivere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Codroipo (UD), <em>Villa Manin a Passariano</em></p>
<p><strong>24 settembre 2011 – 4 marzo 2012</strong></p>
<p>Se l’Impressionismo parte da un input esterno per far breccia nella sensibilità dell’artista e far parlare la sua peculiare oggettività, nell’Espressionismo è l’oasi interiore delle proprie emozioni e dei sentimenti a trascinare l’artista al di fuori di sé e a fargli descrivere la realtà coi colori della sua emotività. È chiaro questo percorso nella mostra “Espressionismo” visitabile a Villa Manin a Passariano che si pone come terza tappa del progetto pluriennale ideato e curato da Marco Goldin. Nella Villa sono allestite <strong>oltre cento opere</strong> tra dipinti e carte, tutte provenienti dal berlinese Brücke Museum che vogliono proporre, in un cammino forse più emotivo e spirituale che pittorico e cromatico, la nascita e lo sviluppo del movimento Die Brücke, la pietra fondante dell’Espressionismo, passando da vaste aree tematiche, come il soggetto religioso, il paesaggio, le nature morte, fino a delle vere e proprie monografie con artisti quali Kirchner, Heckel, Nolde Schmidt-Rottluf, Pechstein e Mueller. Storicamente parlando con la nascita del movimento Die Brücke”, a Dresda, nel 1905, si posero le basi del movimento originario dal quale in seguito si svilupperà quello che, nella storia dell’arte, è noto come &#8220;Espressionismo” e che costituisce il <strong>primo importante contributo</strong> di area tedesca alla modernità artistica contemporanea. Della mostra colpisce il contrasto cromatico delle grandi tele che catturano lo sguardo dello spettatore quasi attorcigliandolo su se stesso: egli non sa più se sta vivendo le sue fantasie o i suoi incubi e si perde nel labirinto delle proprie sensazioni, fino quasi a provare una vertigine da sé. (Karl Schmidt – <em>Rottluff, Scorcio di Villaggio</em>, 1910, olio su tela, cm 87&#215;95). Interessante il contrasto figurativo fra la <em>Giovane ragazza</em> di Max Pechstein (1908, olio su tela, cm 65,5&#215;50,5) dove la luminosità del sorriso della giovane donna, dalle spalle opulente, delineata attraverso ampie vibranti pennellate di colore che si contrappongono al segno nero del contorno ed esprimono più una malinconica gioiosità del vivere che una vera e propria gioia e la Derisione del <em>Cristo agonizzante</em> (1909, Emil Nolde, olio su tela, cm 86&#215;106) dove l’espressione cromatica diventa violenta e quasi allontana lo spettatore, gli urta gli occhi, trasmettendo una <strong>lacerazione dei sensi</strong> neppure attenuata dalla pacatezza del volto del Figlio di Dio che sta per essere crocifisso e che appare serenamente pronto ad affrontare il suo destino, sacrificandosi per l’umanità. Dei nudi, tutti accomunati da un’indistinta sensazione di pietà da parte dell’artista per un’umanità piegata e affaticata dalla spossatezza dell’esistere, risalta la tela di Ernst Ludwig Kirchner <em>Nudo femminile di schiena con specchio e figura maschile</em> (1912, olio su tela, cm 150&#215;75,5) dove si percepisce fra le figure anche lo spettro divoratore di uomini che è la città: la sofferenza dell’essere si insinua fra le sue vie e i suoi vicoli, toglie il fiato con la sua frenesia, lascia storditi e apatici. I tratti dei nudi, specialmente quelli di Kirchner appaiono intrappolati fra la <strong>rigorosità delle linee</strong> e le <strong>tensioni dei piani</strong> mentre la cromia intensifica la forza espressiva dell’opera in sé. Tempesta di colori, infine, per una delle poche opere dell’esposizione che trasmette un vago senso di promessa di primavera e speranza in una nuova condizione di vita, anelito di futuro: sono i <em>Tronchi bianchi</em> di Emil Nolde (1908, olio su tela, cm 67,5&#215;77,5) dipinto che forse più di tutti si presta a fare da portavoce al movimento dell’Espressionismo  in quanto sintesi e anelito insieme verso nuove prospettive artistiche e che regala allo sguardo una vera e propria armonia sensoriale in <strong>uno slancio vitalistico</strong> che fa sperare in futuro in cui l’uomo possa ancora affidarsi alla sua istintiva e appassionata vitalità.</p>
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		<title>ALEKSANDER RODČENKO</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 10:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Alfieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[grafica]]></category>
		<category><![CDATA[scenografia]]></category>
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		<description><![CDATA[Roma, Palazzo delle esposizioni 8 ottobre – 8 gennaio 2012 Se ci si chiede come possa essere stato possibile, in un improbabile contesto quale quello della sconfinata Russia zarista di inizio secolo, l’avvento della Rivoluzione destinata a cambiare il mondo e a segnare la modernità, è necessario rendersi conto che non sarebbero bastate da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, <em>Palazzo delle esposizioni</em></p>
<p><strong>8 ottobre – 8 gennaio 2012</strong></p>
<p>Se ci si chiede come possa essere stato possibile, in un improbabile contesto quale quello della sconfinata Russia zarista di inizio secolo, l’avvento della <strong>Rivoluzione</strong> destinata a cambiare il mondo e a segnare la modernità, è necessario rendersi conto che non sarebbero bastate da un lato la rabbia e la volontà di riscatto delle masse proletarie e contadine sfruttate, e dall’altro lato il carisma e il pragmatismo strategico dei Padri della Rivoluzione. Era necessario che il <strong>bolscevismo </strong>venisse allevato e alimentato dal genio irripetibile di una serie di artisti e intellettuali che diedero vita a una stagione di impressionante creatività e sperimentazione linguistico-espressiva. Lo stesso rapporto che c’è tra Ėjzenštejn e il cinema, Majakovskij e la poesia, Mejerchol’d e il teatro e Malevič e la pittura, lo ritroviamo a proposito del rapporto tra Aleksandr Rodčenko e la <strong>fotografia</strong>, ma non solo, perché il rapporto si estende anche a quelle discipline centrali nella cultura visiva del Novecento come il design, la grafica e il linguaggio pubblicitario; per queste ragioni, al Palazzo delle Esposizioni, all’interno dell’allestimento <em>Realismi socialisti. Grande pittura sovietica 1920 – 1970</em>, un’intera area è dedicata proprio al grande fotografo, un allestimento di opere originali, foto pubblicate sulle testate ufficiali sovietiche o immagini inserite nei proclami della propaganda (come <em>Knigi</em>, pubblicità per la sezione di Leningrado della Casa Editrice di Stato). Nell’ambito della grandiosa e innovativa fase di sperimentazione espressiva del formalismo, che ha coinciso con la fase attiva della Rivoluzione e del sovvertimento dell’ordine costituito, l’arte si prestava volentieri all’<strong>ideologia </strong>del partito sovietico, tentando di contribuire incidendo sull’immaginario collettivo diffondendo i principi del <strong>comunismo</strong>. Non si trattava però di un’arte didascalica, dichiarativa e “banalmente” realista: dato che la realtà comunista doveva essere ancora istaurata e ci si stava impegnando per istaurarla, l’arte si apriva a una dimensione immaginifica e creativa che fosse in grado di stimolare il popolo russo e internazionale su un piano fisiologico, patico, nervoso potremmo dire. Ci si proponeva di “shockare” le menti, per questo ogni elemento figurativo veniva ricondotto alla <strong>funzione formale</strong> piuttosto che al dover “rappresentare” o “dire” contenutisticamente qualcosa. Questo appariva ovvio nel Suprematismo ad esempio e nella dichiarazione di intenti di Malevič e del suo astrattismo radicale, e anche nella sofisticata tecnica di montaggio adottata e teorizzata dai grandi registi del muto; ma come la mettiamo con la fotografia? Essa ontologicamente non tradisce immediatamente un’appartenenza alla realtà e una corrispondenza col mondo? Qui si pone tutto l’innovatismo di Rodčenko, che decide di adottare la fotografia come strumento di creazione artistica, “colpendo” il mondo piuttosto che copiarlo in maniera meccanica: inquadrature oblique, figure fuori fuoco, ma anche sovrimpressioni e fotomontaggi dedicati spesso a soggetti apparentemente ininfluenti e trascurabili (come il bellissimo <em>Ritratto di madre</em>, o il <em>Tuffatore</em>). Dai suoi collage prenderà ispirazione una consolidata scuola di pubblicitari e creativi, che realizzeranno <em>patchworks</em> dal gusto tipicamente retrò a partire proprio dallo stile travolgente del maestro russo. Questa maniera rivoluzionaria di concepire la fotografia, per emanciparla dalla sua funzione meramente documentativa e farne <strong>un’arte a tutti gli effetti</strong>, dimostra una maturità teorica e estetica decisamente avanti rispetto alle esperienze dei Realismi Socialisti a cui fa riferimento l’intera mostra in corso fino a gennaio: rispetto alla fase iniziale di matrice formalista, ancora legata alle intuizioni brillanti di grandi artisti, l’arte sovietica come è evidente nella mostra prenderà una china decisamente negativa, da quando il comunismo si sarà definitivamente imposto come potere autoritario e ufficiale. Lo spirito rivoluzionario era perciò destinato a svilirsi, a partire dalle banali tesi filosofiche leniniste della <strong>“teoria del riflesso”</strong> che si svilupperanno fino alle imposizioni staliniste di Ždanov; il risultato fu uno stile, appunto il cosiddetto <strong>Realismo Socialista</strong>, decisamente immaturo, anacronistico per non dire obsoleto rispetto alle esigenze che l’arte novecentesca aveva promosso, oggi persino kitsch oltre che retorico e arretrato (<em>Uno dei nostri eroi</em> di Samuil Adlivankin, o <em>Il bolscevico</em> di Boris Kustodiev), e che recupererà un barlume di dignità solamente nell’era Brežnev (<em>Ginnasti dell’URSS</em> di Dimitrij Žilinskij). Con la dittatura e la fase amministrativa del bolscevismo, si esaurì la carica sovversiva e l’inventiva dell’arte degli inizi, di cui Rodčenko fu uno dei maggiori rappresentanti.</p>
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		<title>ARTEMISIA GENTILESCHI</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 22:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela De Riso</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE CONCLUSE]]></category>
		<category><![CDATA[arte antica]]></category>
		<category><![CDATA[Barocco]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Realismo]]></category>
		<category><![CDATA[‘600]]></category>

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		<description><![CDATA[STORIA DI UNA PASSIONE Milano, Palazzo Reale 21 settembre 2011 – 29 gennaio 2012 Palazzo Reale a Milano è la cornice della grande mostra monografica, curata da Roberto Contini e Francesco Solinas, che illustra la vicenda umana e professionale di una delle donne piú famose nella storia dell&#8217;arte italiana, secondo Longhi “l&#8217;unica donna che in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>STORIA DI UNA PASSIONE</strong></p>
<p>Milano, <em>Palazzo Reale</em></p>
<p><strong>21 settembre 2011 – 29 gennaio 2012</strong></p>
<p>Palazzo Reale a Milano è la cornice della grande mostra monografica, curata da Roberto Contini e Francesco Solinas, che illustra la vicenda umana e professionale di una delle donne piú famose nella storia dell&#8217;arte italiana, secondo Longhi “l&#8217;unica donna che in Italia abbia mai saputo che cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità”: <strong>Artemisia Gentileschi</strong>, celebre figlia del pittore caravaggesco Orazio Gentileschi. La prima monografica a lei dedicata venne organizzata nel 1947, quando Anna Banti definí e circoscrisse i rapporti tra il suo linguaggio pittorico e quello del padre, e da quel momento la sua personalità è stata trattata in diverse rassegne dedicate al rapporto con il padre Orazio e al <strong>caravaggismo</strong>. Della mostra milanese colpisce innanzitutto l&#8217;allestimento, voluto da Emma Dante, che introduce il  visitatore alle vicende umane della pittrice, con una prima sala che vuole rievocare il dramma del <strong>processo per stupro</strong> che la vide protagonista insieme al colpevole, Agostino Tassi, suo maestro e amico di Orazio, nel 1612. Al centro, un letto macchiato da tracce di sangue; pendono dal soffitto gli atti del processo di cui la voce di Emma Dante propone l&#8217;ascolto. Alle prime prove dell&#8217;artista è dedicata la prima sala dell&#8217;esposizione, ove sono esposte le due versioni della <em>Madonna con bambino</em>, tema molto frequentato da Artemisia, ove si distinguono chiaramente i <strong>debiti stilistici</strong> verso il padre. Altri esempi dei temi prediletti dall&#8217;artista sono le donne suonatrici di liuto e le Giuditte, sulle quali molto si è scritto, nei termini di una identificazione tra l&#8217;artista e l&#8217;eroina biblica che si scontra con l&#8217;elemento maschile. A parte queste letture psicologiche dell&#8217;opera dell&#8217;artista, i dati stilistici testimoniano un&#8217;attenzione verso il chiaroscuro caravaggesco e la tradizione toscana. Nel 1616 l&#8217;artista venne accolta all&#8217;Accademia del disegno, grazie all&#8217;intervento del granduca Cosimo II de&#8217; Medici, grande promotore delle iniziative di quest&#8217;istituto fondato nel 1563. Artemisia portò a Firenze le novità del caravaggismo ma si lasciò affascinare anche dalla <strong>maniera toscana</strong> e dal gusto fiorentino, che informeranno il suo vocabolario stilistico nel corso della sua carriera. Nella seconda sala di altissima qualità sono<em> Ester al cospetto Assuero</em>, realizzata a Napoli tra il 1622 e il 1623; la scena è intrisa di <strong>tensione drammatica</strong> e di teatralità quasi spinta all&#8217;eccesso. La terza sala è dedicata ad approfondire il tema del ritratto, ed è allestita con numerosi specchi; l&#8217;uso dello specchio da parte dell&#8217;artista nella realizzazione di un suo autoritratto ricorda la relazione tra Caravaggio e lo <strong>specchio come elemento fondante</strong> della creazione artistica, che gli consentiva di registrare otticamente un&#8217;immagine e renderla sullo spazio, limitato e confinato, di una tela. Ma pare che Artemisia giunga all&#8217;acme della sua produzione con le opere realizzate sul 1630, molte delle quali sono presenti nella quarta sala dell&#8217;esposizione, tra le quali si segnala <em>La ninfa Corisca e un satiro</em>, in cui la ricchezza della <strong>superficie cromatica</strong> e la qualità nella definizione dei tessuti, nonché l&#8217;abilità nell&#8217;orchestrazione compositiva, che lascia rievocare la fuggevolezza di un attimo, sono segni chiari di una maturazione ormai giunta a completamento. Merita una segnalazione anche la bella <em>Natività di San Giovanni Battista</em>, realizzata per Filippo IV di Spagna, ove si apprezza la caratterizzazione mediterranea delle tipologie femminili. La maturità stilistica di Artemisia si traduce in uno <strong>svolgimento barocco</strong> del suo stile, nella resa più monumentale delle figure, nel vigore; questo suo momento è esemplificato da <em>Giuditta e la fantesca</em>, del 1625, che proviene dal Detroit Institute of Arts, e che mostra una plasticità e una definizione delle forme che hanno trovato una loro compiuta espressione al lume di una candela, espediente luministico di indimenticabile effetto, che scivola sui panneggi e li plasma. Quest&#8217;opera è collocata nell&#8217;ultima sala, dedicata alla produzione tarda e alla bottega di Artemisia. Il fascino che Artemisia e le sue opere esercitarono sul pittore napoletano <strong>Bernardo Cavallino</strong> traspaiono in opere come il <em>Trionfo di Galatea</em>, ove si è voluto riconoscere l&#8217;intervento della pittrice nella figura femminile, che rispetta la tipologia da lei preferita, mentre i tritoni sarebbero da ascrivere a Bernardo Cavallino. La mostra chiude il suo percorso su una Artemisia ormai stanca, coadiuvata dagli aiuti e dai garzoni di bottega, che ha perduto la vena creativa degli anni giovanili, regalandoci un ritratto di spessore di questa donna, la cui <strong>vicenda umana</strong> è tanto ricca e intensa quanto quella artistica.</p>
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