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	<title>mostreINmostra.it   &#124; Recensioni e segnalazioni delle mostre d&#039;arte maggiori.</title>
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	<description>Recensioni e segnalazioni delle mostre d&#039;arte maggiori.</description>
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		<title>WILDT</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 07:50:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuela Marin</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[scultura]]></category>
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		<description><![CDATA[L’ANIMA E LE FORME TRA MICHELANGELO E KLIMT Ferrara, Musei San Domenico 28 gennaio – 17 giugno 2012 Da non perdere! È la mostra di Wildt ai Musei di San Domenico a Forlì. Uomo di origini umili, ha saputo interpretare con intelligenza il suo tempo, guardando sempre al passato e proiettandosi con sensibilità verso il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’ANIMA E LE FORME TRA MICHELANGELO E KLIMT</strong></p>
<p>Ferrara, <em>Musei San Domenico</em></p>
<p><strong>28 gennaio – 17 giugno 2012</strong></p>
<p>Da non perdere! È la mostra di Wildt ai Musei di San Domenico a Forlì. Uomo di origini umili, ha saputo interpretare con intelligenza il suo tempo, guardando sempre al passato e proiettandosi con sensibilità verso il futuro. Il suo legame con il regime fascista e le pagine di storia più nere del nostro Paese ha contribuito a far dimenticare al grande pubblico questo <strong>incredibile artista</strong> del Novecento.</p>
<p>La mostra è divisa in due sezioni, corrispondenti ai due piani del museo. Al piano terra siamo introdotti nell’argomento, con una chiara e precisa definizione dell’artista. Nella prima stanza si può notare come Wildt fosse il padre genetico delle proprie opere, grazie ad una serie di ritratti fotografici che descrivono un uomo dagli zigomi nervosi ma dallo sguardo acuto ed eloquente. Le sue opere sono per lo più scultoree e nelle varie stanze si descrive la tecnica di Wildt in base ai materiali usati: marmo, gesso e bronzo. La stanza dei bronzetti è probabilmente la più evocativa, dove non si può che ammirare la delicata <em>Pietà</em>, in cui gli elementi costitutivi della <strong>raffigurazione classica</strong> di Michelangelo vengono puliti, resi essenziali ed eterni. Poi si entra nella storia “sociale” dello scultore, in altre parole le sue committenze. Il <strong>carattere gotico</strong> e simbolista delle sue opere è visto da molti come una vicinanza al mondo germanico, e non a caso Wildt nei primi periodi lavorerà molto con la Mitteleuropa. In Italia sarà Margherita Sarfatti a dare notorietà all’artista, inserendolo nella rosa degli artisti che avrebbero delineato la nuova arte del Regime. L’artista perciò produsse su commissione numerosi busti del Duce e dei martiri del fascismo. L’abilità di Wildt era riconosciuta da tutti i suoi contemporanei, tanto che gli fu assegnata la cattedra di scultura all’Accademia di Brera a Milano, dove fu maestro di Fontana e Melotto, e fu nominato Accademico d’Italia.</p>
<p>Salendo le scale si accede alla seconda parte della mostra, in cui avviene la <strong>magia vera</strong>. Le opere di Wildt sono messe in relazione a quelle dalle quali prende ispirazione, e con quelle dei suoi celebri allievi. Il gioco di rimandi, sensazioni e dialogo tra le opere è a 360 gradi. Per chi odia la noia delle mostre a carattere monografico qui troverà migliaia di stimoli. Le torsioni dei busti di Michelangelo, le teste delicate dall’antichità e del Canova, le maschere e spiritualità del Casorati, i profili spigolosi di Cosmè Turà, il ritmo elegante delle sculture di Melotti: questi sono solo alcuni dei <strong>riferimenti proposti</strong>. Le sale scure inoltre fanno risaltare i profili dei marmi lucidi incantando l’occhio e l’anima. A volte sono esposte repliche costiuite da materiali diversi, ed è bello capire come le stesse forme cambiano se scolpite su marmo o su bronzo. In due sale troviamo anche le opere grafiche di Wildt. A mio parere quella più interessante è l’ultima: la sala è circondata da piccoli acquarelli, dipinti con inchiostro nero e oro, dove l’artista rappresenta varie storie ed emozioni, con un <strong>segno deciso e conturbante</strong>. Non a caso in questa sala ci sono opere del simbolismo austriaco, alle quali ruba la graficità e il segno sensuale.</p>
<p>La mostra è ricca di spunti, e non si può che rimanere ammirati dalla <strong>genialità</strong> <strong>di Wildt</strong>, e dal suo modo di reinterpretare l’arte. Per chi pensa che il passato non sia da gettare o da venerare come una reliquia, ma da raccogliere, capire e rivedere, questa è la mostra giusta.  Per chi volesse recarsi il fine settimana inoltre, è stata organizzata una serie di inziative interessanti, come le guide gratuite della mostra e della città, o i mercatini artigianali e i laboratori di scultura. Unica nota di demerito: il catalogo. Probabilmente ci si è ispirati al rigore del fascismo, ma l’edizione è cosi tetra ed essenziale che, nonostante fossi partita con l’idea dell’acquisto, ho lasciato il volume al bookshop. Non posso dire con certezza che questa sia per me la mostra del 2012, perché l’anno è ancora lungo, ma una tale completezza, da un punto di vista di contenuti e bellezza, difficilmente è raggiunta in altre mostre.</p>
<p><strong>WILDT</strong></p>
<p><strong>L’ANIMA E LE FORME TRA MICHELANGELO E KLIMT</strong></p>
<p>Ferrara, Musei San Domenico,<em> </em>Piazza Guido da Montefeltro</p>
<p>28 gennaio – 17 giugno 2012</p>
<p>Orari: mar-ven, 9.30-19.00; sab-dom, 9.30-20.00</p>
<p>Catalogo: Silvana Editoriale</p>
<p><a href="http://www.mostrawildt.it/index.html">http://www.mostrawildt.it/index.html</a></p>
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		<title>MIRÓ! POESIA E LUCE</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Infante</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Astrattismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[‘900]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, Chiostro del Bramante 16 marzo – 10 giugno 2012 Visitabile fino all’11 giugno, la mostra Mirò! Poesia e luce, allestita al Chiostro del Bramante (Roma), propone alcuni dei più importanti capolavori dell’artista catalano che ha saputo realizzarsi in un personalissimo linguaggio pittorico. Un’occasione unica per chiunque voglia approfondire la sua già sterminata produzione. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, <em>Chiostro del Bramante</em></p>
<p><strong>16 marzo – 10 giugno 2012</strong></p>
<p>Visitabile fino all’11 giugno, la mostra <strong>Mirò! Poesia e luce</strong>, allestita al <strong>Chiostro del Bramante</strong> (Roma), propone alcuni dei più importanti capolavori dell’artista catalano che ha saputo realizzarsi in un personalissimo linguaggio pittorico. Un’occasione unica per chiunque voglia approfondire la sua già sterminata produzione. La rassegna, infatti, presenta oltre ottanta opere fra cui una cinquantina di tele a olio di grande formato sconosciute al pubblico italiano. Poesia e luce si fondono in immagini grandiose, murali, commissionate come lavori d’arte pubblica. Testimonianze di questo periodo sono i numerosi schizzi per la pittura murale di Harkness Commons, Graduate Center dell’Università di Harvard o per il celebre Plaza Hotel di Cincinnati, in cui la creatività e l’arte pittorica dialogano sapientemente con la tecnica del disegno geometrico. Sotto i tenui colori delle bozze traspaiono ancora le misurazioni e i calcoli del progetto architettonico.</p>
<p>Nato a Barcellona nel 1893, Mirò si trasferisce nel 1956 a <strong>Palma di Maiorca</strong>. Qui intraprende un lungo lavoro di ricerca che lo porta a rielaborare vecchi schizzi, trasformandoli in emozionanti oli privi di titolo. Le coordinate svaniscono; la natura trasmuta in forme irriconoscibili. L’osservatore è perciò costretto a lavorare di fantasia e a trascendere la realtà attraverso una più alta percezione della natura. Personaggi e creature mitologiche si affacciano sulla nostra dimensione invitandoci a un confronto. Con l’avvento degli anni Sessanta e Settanta, Mirò abbandona la vecchia lente interpretativa con cui analizzare il visibile a favore di uno sguardo più profondo. Sviluppa uno stile “sperimentale”, mutuato dalla corrente dell’Espressionismo Astratto di Pollock, De Kooning e Hofmann. Abbandona il cavalletto –  troppo statico – e dipinge gattoni, cammina sulla tela, vi si stende, si lancia in personali <em>dripping</em>, facendo colare la tinta dai pennelli o schizzandola direttamente sul disegno. I quadri assumono notevoli dimensioni; i paesaggi si riducono a campiture monocromo. Insieme ai suoi tipici elementi figurativi come il punto, la stella o la luna, compaiono i primi chiari riferimenti all’arte orientale, in particolare a quella giapponese, rielaborata sotto forma calligrafica. Le cascate di mani intrise di tinta e sbattute sulla tela riconducono alle primitive figure rupestri. «L’arte è in declino dai tempi delle caverne», affermò lo stesso Mirò poco prima di realizzare la formidabile <em>Donna nella via</em> del 1973, anch’essa presente nella mostra e affiancata da esempi di arte materica quali <em>Personaggio</em> o <em>Uccello</em> dipinti insieme a oggetti come spago, legno e chiodi. La sua è perfino arte filosofica: i netti contrasti fra bianco e nero accentuano il senso di vuoto percepito come un elemento spirituale carico di significati.</p>
<p>Grandiose le sculture di bronzo e terracotta provenienti dalla <strong>Fundacio Pilar y Juan Mirò</strong> di Palma di Maiorca. La varietà dei materiali utilizzati lascia a bocca aperta: dalla carta di giornale, ai contenitori di metallo, dalle zucche alla carta vetrata ecc… L’oggetto quotidiano riciclato e assurto ad opera d’arte come una sorta di rivisitato <em>ready-made</em>. Punto forte della mostra, la ricostruzione scenografica dello studio Sert di Maiorca. Fra quelle quattro pareti Mirò realizzò opere d’arte di impareggiabile bellezza. Ricostruito nei minimi dettagli dalla curatrice dell’esposizione <strong>Maria Luisa Lax Cacho</strong>, questo intimo spazio creativo ci riporta nel 1956, anno in cui l’artista lavorò per lungo tempo in totale isolamento, protetto dal silenzio e dalla pace della natura circostante. Il rapporto con la terra e l’amore verso Maiorca, una sorta di donna misteriosa da sedurre, alimentarono in lui uno straordinario romanticismo visionario. La sensualità, il surrealismo, la luce e la poesia. Mirò è tutto questo.</p>
<p><strong>MIRÓ! POESIA E LUCE</strong></p>
<p>Roma, Chiostro del Bramante, Arco della Pace 5</p>
<p>16 marzo – 10 giugno 2012</p>
<p>Orario: mar-dom, 10.00-20.00</p>
<p>Catalogo: 24 ORE Cultura</p>
<p><a href="http://chiostrodelbramante.it/info/miro_poesia_e_luce/">http://chiostrodelbramante.it/info/miro_poesia_e_luce/</a></p>
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		<title>ARLES, LES FOUILLES DU RHONE, UN FLEUVE POUR MEMOIRE</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 10:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Primiana Roseti</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[arte antica]]></category>
		<category><![CDATA[SGUARDO INTERNAZIONALE]]></category>

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		<description><![CDATA[Louvre, Musée du Louvre 9 marzo 2012 – 25 giugno 2012 La ricerca di tesori sommersi dal mare, appartenuti a viandanti o pirati, ha sempre affascinato l’uomo, che ha perfezionato sempre più i metodi di ricerca. Insolito è il caso proposto dal museo del Louvre di Parigi nella mostra “Arles, les fouilles du Rhône, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Louvre, <em>Musée du Louvre</em></p>
<p><strong>9 marzo 2012 – 25 giugno 2012</strong></p>
<p>La ricerca di <strong>tesori sommersi</strong> dal mare, appartenuti a viandanti o pirati, ha sempre affascinato l’uomo, che ha perfezionato sempre più i metodi di ricerca. Insolito è il caso proposto dal museo del Louvre di Parigi nella mostra <em>“Arles, les fouilles du Rhône, un fleuve pour mémoire”</em> (Arles, gli scavi del Rodano, la memoria di un fiume), perché è il fiume lo scrigno di testimonianze e oggetti del passato. Frutto della collaborazione tra il museo del Louvre e quello dipartimentale di Arles, laddove nel 2009 è stata visitata da quattrocento mila visitatori, l’esposizione è la vetrina di venticinque anni di scoperte dell’equipe del Dipartimento di ricerche archeologiche subacquee e sottomarine di Arles (DRASSM) diretto da Luc Lon. Forse è proprio in onore a tanto lavoro che la mostra inizia con un quaderno di appunti e proiezioni di immersioni nella bassa valle del Rodano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le scoperte sono avvenute nei pressi di <strong>Arles</strong>, colonia romana dal 46 a.C, situata nella bassa valle del Rodano, a 30 km dal mar Mediterreneo e che, sotto la dominazione di Giulio Cesare, divenne un grande centro politico e commerciale nonché fondamentale punto di collegamento per la navigazione fluviale e marittima. Fulcro della città fu il doppio porto che ne fece la fortuna economica, tanto che il battello divenne uno dei simboli del luogo. Come in molte zone della Provenza, gli oggetti ritrovati confermano la presenza di <strong>una piccola Roma</strong>: di uso quotidiano e dall’aspetto sempre attuale, anfore, lucernari, lampade, maschere databili tra il I e il II secolo a.C. e d.C., e poi frammenti di architetture, di statue,<em> </em>come quelli della scultura di <em>Nettuno</em>, trovata in quattro pezzi, del sec 160-180 d.C. circa, importata dalla Grecia e molto importante poiché divinità venerata dai marinai e dai traghettatori del posto. Un importante documento è la<em> </em>lettera del prefetto dell’Annona, Claudio Giuliano ai naviganti di Arles, in bronzo a forma di disco, 201 d.C. circa, in cui li avvisa che va tutto bene. Ma la mostra ruota soprattutto intorno a tre pezzi: un marmo e due bronzi. Il marmo è un busto, icona dell’esposizione, del 50-40 a.C.; più studiosi vi hanno visto l’immagine di <strong>Giulio Cesare</strong>, altri un personaggio locale, sostenitore di Cesare che ha voluto farsi effigiare come lui. Chiunque sia, quello che stupisce è il realismo del suo volto e il fatto che sia un’immagine insolita dell’imperatore, più umana e meno formale. Pezzo unico è la <em>Vittoria</em>, rilievo in bronzo dorato di epoca agustea, utilizzato come paramento decorativo di un edificio; simboleggiava la supremazia di Roma, la leggerezza del movimento, e il vento che muove le pieghe della veste fa presupporre l’influenza dello scultore greco <strong>Prassitele</strong>. Quasi una beffa del destino o semplicemente il ricordo della prigionia è il <em>Gallo cattivo</em>, scultura in bronzo a cera persa (tecnica rara caduta in disuso con il tempo) al quale la barba e i baffi sono stati incisi dopo la cottura. Il prigioniero è nudo, la sua posizione genuflessa e le mani dietro la schiena hanno fatto pensare all’iconografia classica del satiro Marsia davanti ad Apollo, su una moneta del 46-45 a.C.; perfetta è la sua anatomia, simile ad altri bronzi greci, sempre troppo pochi, ritrovati nel mare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Arles, les fouilles du Rhône, un fleuve pour mémoire</strong></p>
<p>9 marzo 2012 – 25 giugno 2012<strong>                                        </strong></p>
<p>Musée du Louvre &#8211; Ala Richelieu, Spazio Richelieu, Parigi</p>
<p>Orari: aperto tutti i gg, tranne mar, 9-18; mer e ven fino alle 21.45</p>
<p><a href="http://www.louvre.fr/en/expositions/arles-record-rhone-br-twenty-years-underwater-excavations">www.louvre.fr/en/expositions/arles-record-rhone-br-twenty-years-underwater-excavations</a></p>
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		<title>DALÌ. L’ARTISTA, IL GENIO</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 06:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Alfieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo]]></category>
		<category><![CDATA[‘900]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, Complesso del Vittoriano 9 marzo – 1 luglio 2012  L’appellativo esuberante sarebbe riduttivo per il suo Ego esplosivo e incontrollabile. Decisamente più azzeccato sarebbe l’aggettivo “astuto” attribuito alla sua lunga carriera e alla sua fortuna internazionale imperitura. Stiamo parlando di Salvador Dalì, uno dei padri di quel movimento avanguardistico dei primi decenni del Novecento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, <em>Complesso del Vittoriano</em></p>
<p><strong>9 marzo – 1 luglio 2012</strong><strong> </strong></p>
<p>L’appellativo <strong>esuberante </strong>sarebbe riduttivo per il suo Ego esplosivo e incontrollabile. Decisamente più azzeccato sarebbe l’aggettivo “astuto” attribuito alla sua lunga carriera e alla sua fortuna internazionale imperitura. Stiamo parlando di Salvador Dalì, uno dei padri di quel movimento avanguardistico dei primi decenni del Novecento definito <strong>Surrealismo</strong>, caratterizzato da ambiguità e contraddizioni mai risolte. A Roma, il Vittoriano apre gli spazi a una mostra monografica dedicata al folle artista spagnolo, dal titolo<em> Dalì. Un artista, un genio</em>, visitabile fino al prossimo 1 luglio.</p>
<p>Bisogna ricordare, e l’allestimento in questione si sofferma su questo punto, che Dalì intrattenne in differenti occasioni legami particolari col nostro paese; basti pensare all’importanza ispiratrice che l’arte italiana ebbe per la carriera del pittore, tra gli altri <strong>Michelangelo</strong> e <strong>Piero della Francesca</strong>, ma anche la scultura classica romana (<em>Dematerializzazione vicino al naso di Nerone</em>). Altro momento di fruttuosa sinergia col bel paese si ebbe in occasione della collaborazione di Dalì con <strong>Luchino Visconti</strong> per <em>Rosalinda</em> o <em>Come vi piace</em>, commedia di Shakespeare che venne portata in scena nel 1948. L’artista curò le scenografie ed i costumi, e molte testimonianze sono parte integrante della mostra. Certo, l’esagerazione ha segnato la sua vita, e così anche la sua repulsione per le norme della buona condotta e per i percorsi già tracciati; ma d’altronde quella stessa esagerazione si rivelò ben presto un utilissimo marchio per la vendita, e soprattutto un’attitudine completamente svuotata di effettivo significato rivoluzionario. Eccola la sua astuzia: certo, anarchico e sensibile alla sciagura della <strong>Guerra civile spagnola</strong>, ma quando utile franchista; certo dissacratorio, ma quando utile pittore di immagini sacre e in visita ufficiale dal pontefice; certo, fiero oppositore alle norme del mercato capitalista, ma pronto a realizzare prodotti e pubblicità per Rosso Antico, Pirelli ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel suo percorso pittorico, ebbe i medesimi cambiamenti di rotta, adagiandosi su strade già battute (cubismo, puntinismo…) per poi, non trovando altro, arrendersi al <strong>didascalismo figurativista</strong>, il peggiore travisamento delle teorie freudiane. Se in opere come <em>Eclissi e osmosi vegetali</em> emerge uno degli elementi qualitativamente ed espressivamente più efficaci, ovvero i paesaggi silenziosi e metafisici invasi da ombre sottili e inquietanti (ma quello viene da Yves Tanguy), in opere come <em>“Angelus” architettonico di Millet</em> e <em>Autoritratto molle con pancetta fritte </em>assumono rilevanza i volumi tondeggianti e astratti (che però vengono dalla scultura di Hans Arp). Veramente splendida la serie di disegni e illustrazioni dedicata al Don Chisciotte… ma sembra fin troppo evidente l’ascendente di Gustave Dorè. Indubbiamente le facoltà tecniche di Dalì e il suo naturalismo (il paradosso di un naturalismo surreale…) sono probabilmente i migliori di tutto il ventesimo secolo, e nessuno potrebbe negare le sue capacità di disegnatore, illustratore, ma anche provocatore, performer, scenografo e persino designer (pensiamo al <em>Divano a forma di bocca</em>). Ma questo non basta a riscattare un <strong>artista eccentrico</strong> quanto moralmente discutibile, a cui tutto era concesso perché ogni suo atto poteva venire interpretato come l’ “ennesima provocazione”, che ha tentato di sondare l’intero specchio delle modalità espressive fallendo spesso, e che nella storia dell’arte contemporanea è forse uno di quelli che di meno ha avuto da dire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>DALÌ. L’ARTISTA, IL GENIO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Roma, <em>Complesso del Vittoriano, </em>Via Di San Pietro In Carcere</p>
<p>9 marzo – 1 luglio 2012</p>
<p><strong>Orari: lun-gio, 9.30-19.30; ven-sab 9.30-23.30; dom 9.30-20.30</strong></p>
<p>Catalogo della mostra: Skira</p>
<p><strong> </strong><strong><a href="http://www.comunicareorganizzando.it/mostre.asp?ID=211">www.comunicareorganizzando.it/mostre.asp?ID=211</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IL DIVISIONISMO</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 06:24:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuela Marin</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Divisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[‘800]]></category>
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		<description><![CDATA[LA LUCE DEL MODERNO Rovigo, Palazzo Roverella 25 febbraio – 23 giugno 2012 La mostra, curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, si propone di spiegare, in maniera completa e accessibile a tutti, il percorso artistico del Divisionismo, dividendo i contenuti delle sale in base ai soggetti ritratti. La prima sala è dedicata a Vittore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>LA LUCE DEL MODERNO</strong></p>
<p>Rovigo, <em>Palazzo Roverella</em></p>
<p><strong>25 febbraio – 23 giugno 2012</strong></p>
<p>La mostra, curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, si propone di spiegare, in maniera completa e accessibile a tutti, il percorso artistico del Divisionismo, dividendo i contenuti delle sale in base ai soggetti ritratti. La prima sala è dedicata a <strong>Vittore Grubicy</strong>, principale commerciante di opere Divisioniste, dove vengono proposti alcuni dei suoi piccoli quadri a tema marino, con le vele bianche che emergono dai fondi bruni, o il Trittico, dove la natura selvaggia sembra domata dall’uso vellutato dei colori. Andando oltre troviamo le sale “mari, monti e pianura”, dove ciascuno può scorgere il paesaggio più caro e famigliare. Di grande impatto le cristalline vedute di <strong>Carlo Fornara</strong>, in cui si respira l’aria limpida tipica delle zone alpine e dove il verde pieno si staglia contro il cielo azzurro riempiendo gli occhi; nei paesaggi marini invece la sensazione è di avvertire anche gli odori della salsedine e dei pini marittimi, tanto i colori sono vibranti, e le prospettive insolite danno allo spettatore la sensazione di vivere all’interno dei paesaggi stessi. Nell’altra sala troviamo invece paesaggi cittadini, come lo scorcio del lungo Arno di Pisa visto da dietro Santa Maria della Spina; scene di fatica dei campi, come quelle dipinte da Llewelyn Lloyd, oppure più bucoliche come la Pace di <strong>Gaetano Previati</strong>.</p>
<p>La mostra prosegue con la sala dedicata ai temi sociali, tanto cari ai Divisionisti: riflessioni sul tempo che scorre con le opere di <strong>Angelo Morbelli</strong>, in cui gli anziani del Pio Albergo Trivulzio aspettano desolati la loro ora o tre anziane tessitrici simboleggiano Le tre Parche. Il tema dei poveri e della difficile condizione di subordinazione sociale a cui sono relegati viene vista con un’ironia alla Chaplin nel quadro di <strong>Emilio Longoni</strong>, <em>Riflessioni di un affamato</em>, che guarda sconsolato dalla vetrina i ricchi che mangiano; I conquistatori del sole invece sono un manifesto del comunismo marxista, nell’esplosione di luce rosso fuoco con cui Cominetti descrive la fatica dei campi di tre uomini che con i loro attrezzi sembrano ritmare la marcia di lotta per i propri diritti, una sorta di quarto stato più astratto e aggressivo.</p>
<p>Le altre sale sono un po’ più confuse, ci si ritrova a scorrere un gran numero di ritratti, sicuramente meno ingessati di quelli che si possono scorgere nelle collezioni di famiglie aristocratiche ma un po’ noiose. Spicca il trittico di Pelizza da Volpedo, con le immagini di due innamorati immersi nella natura primaverile in un prato fiorito, inseriti nella cornice circolare, le voluttuose immagini femminili di Previati e il Ritratto di scultore di Boccioni, reso scattante e futurista da leggere <strong>scie di colori primari</strong> lungo i profili dello scultore e della sua creazione. Le ultime sale sono un po’ meno incisive, nel tentativo di mettere in evidenza le influenze del Divisionismo sull’arte postuma. Troviamo comunque opere apprezzabili, come la Trilogia campestre di Dudreville, che fotografa le feste e l’atmosfera della campagna di un secolo fa, oppure futuristi come Carrà e Boccioni che nelle loro pitture rilevano l’amore e la conoscenza per le <strong>tecniche pittoriche</strong> Divisioniste. Per chi ama la storia della moda, troverà interessante il quadro <em>Le villeggianti</em> di Camillo Innocenti, dove vediamo delle damine borghesi con deliziosi abiti da vacanza dei primi del ‘900; Paesaggi lontani e orientali, accesi di rosso ne <em>L’ora nostalgica sul Me-Nam </em>di Galileo Chini, artista scelto per la mostra parallela a Villa Badoer, in cui possiamo ammirare le sue ceramiche.</p>
<p>Oltre ai contenuti della mostra è doveroso fare un piccolo accenno al  contenitore. Come sempre il personale addetto è molto gentile e disponibile. Il costo del biglietto è nella media e ci sono numerose possibilità per ottenere una riduzione che, in tempi di crisi, non è cosa da poco. All’interno le spiegazioni dei pannelli sono chiare e riescono a non annoiare. Meno incisivi invece gli <strong>apparati multimediali</strong>. Nell’era delle applicazioni e della multimedialità spinta, è triste che non si sia cercato di sviluppare qualcosa di più attraente. Vi sono, infatti, alcune postazioni video, dove l’homepage propone l’elenco delle sale e, cliccandovi sopra, si può semplicemente accedere ad una galleria con i quadri esposti affiancata dalla stessa descrizione proposta in parete: un servizio totalmente inutile. Si è cercato di vivacizzare il percorso con una piccola zona “sensoriale”, in cui, in teoria, si dovrebbe provare l’esperienza della luce dei quadri attraverso un’amplificazione digitale. L’apparecchiatura funziona male, segue con difficoltà i comandi dell’utente e, a mio parere, sono molto più incisive le opere in mostra. Infine, il bookshop si presenta poco accattivante e, oltre alle solite cartoline e catalogo dimensione XL, non vi è molto altro che non si possa acquistare normalmente altrove.</p>
<p>Nel complesso è una buona mostra, ma non all’altezza di quella dell’anno scorso. Si giunge alle ultime sale un po’ annoiati. Spesso i curatori cercano di definire in maniera didascalica una corrente artistica, ma per chi conosce già la storia dell’arte e ha un importante background di mostre e musei, probabilmente la potrebbe trovare un po’ monotona. Per chi invece non sa nulla del Divisionismo e vuole cominciare a conoscere il tema, è sicuramente apprezzabile.</p>
<p>Perciò, in conclusione, se vi trovate nei pressi di Rovigo, consiglio di fare un giretto, l’esperienza di una mostra è sempre un’occasione appetibile, i quadri esposti sono piacevoli e alcuni mai esposti al pubblico, perciò vale la pena. Non aspettatevi però di andare a vedere una delle mostre più belle del 2012.</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>IL DIVISIONISMO. LA LUCE DEL MODERNO</strong></p>
<p>25 febbraio – 23 giugno 2012</p>
<p>Rovigo, Palazzo Roverella, Via Giuseppe Laurenti 8</p>
<p>Orari: mar-ven, 9.00-19.00; sab-dom: 9.00-20.00</p>
<p>Catalogo: Silvana Editoriale</p>
<p><a href="http://www.palazzoroverella.com">www.palazzoroverella.com</a></p>
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		<title>AMERICANI A FIRENZE</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 06:28:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Bonacini</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[Impressionismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[‘800]]></category>

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		<description><![CDATA[SARGENT E GLI IMPRESSIONISTI DEL NUOVO MONDO Firenze, Palazzo Strozzi 3 marzo – 15 luglio 2012 Camere con vista, passeggiate in giardino, alta società e vita da bohème: la mostra di Palazzo Strozzi riunisce i grandi temi della cultura di fine Ottocento in una narrazione che restituisce il fascino che l’idea di Firenze ha saputo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SARGENT E GLI IMPRESSIONISTI DEL NUOVO MONDO</strong></p>
<p>Firenze, <em>Palazzo Strozzi</em></p>
<p><strong>3 marzo – 15 luglio 2012</strong></p>
<p>Camere con vista, passeggiate in giardino, alta società e vita da <em>bohème</em>: la mostra di Palazzo Strozzi riunisce i grandi temi della cultura di <strong>fine Ottocento</strong> in una narrazione che restituisce il fascino che l’idea di Firenze ha saputo esercitare su due generazioni di artisti. A sottolineare il rapporto strettissimo fra letteratura e pittura che distingue il periodo ci accompagnano guide, memoriali e taccuini dei <em>sentimental travelers</em>, che arrivavano in Europa dalla fine della guerra di Secessione, alla ricerca di emozioni, cultura, esperienza. Tra immagini e racconti emerge la voce di <strong>Henry James</strong>, che nei suoi libri aveva spesso descritto con termini vicina alla pittura l’emozione provocata dalla luce dorata di Firenze, o si era ispirato alle vicende biografiche degli amici Frank Duvenek ed Elisabeth Lyman Booth o a Sargent per creare i personaggi dei suoi romanzi. Uno dei grandi meriti dell’esposizione è quello di presentare artisti poco noti, ma che hanno amato appassionatamente l’Italia: William Chase, Joseph Pennell, Leroy Metcalf e molti altri che hanno alimentato con la loro presenza la conoscenza, la scoperta e lo scambio con la cultura locale. Il contrappunto e completamento a queste opere è presente attraverso i dipinti di <strong>artisti italiani coevi</strong> fra quelli più coinvolti dalla ricerca di internazionalità: Telemaco Signorini le cui vedute del Mercato Vecchio erano infatti chiaramente destinate a un pubblico straniero che ricercava una Firenze caratteristica e immutabile, Giovanni Boldini in competizione con Sargent, tanto da arrivare ad affittare lo studio parigino del pittore americano, e Vittorio Corcos, che conferiva alle sue <em>jolies femmes</em> una sfrontatezza e un contesto moderno in cui muoversi, con lo spirito di indipendenza che rendeva pionieristiche e un po’ sfacciate le donne americane.</p>
<p>Nelle varie sezioni tematiche la mostra arriva a trasmettere il senso autentico che il viaggio in Italia rivestiva: fondare una pittura veramente americana, con una sua peculiarità, e che pur tenendo conto della tradizione potesse esprimere<strong> l’ottimismo e l’energia </strong>della nazione nata dopo la guerra civile e rivolta al futuro e al progresso. Questo spiega la base solidamente accademico-disegnativa di artisti che hanno spesso soggiornato anche a Parigi e hanno conosciuto l’impressionismo, che sono arrivati in Toscana per schiarire la tavolozza o ritrarre il paesaggio ’civilizzato’ delle olivete e dei borghi, oltre che al richiamo artistico e culturale.</p>
<p>Il risultato di questi stimoli si sostanzia con il grande successo dei ritratti a figura intera, eleganti ma in ambiente domestico, come Il ritratto di Mrs. Alexander, o in quelli di Sargent, che evocano la vita dei dandy e dell’<strong>alta società</strong>. Distaccati dai modelli europei sono anche gli interni con figure colte nell’intimità della casa, o le donne in giardino coi bambini, che celebrano gli affetti intimi e le <strong>gioie quotidiane</strong>, valori fondanti per la cultura americana. La figura femminile non è solo un soggetto pittorico, ma già negli anni Sessanta a Philadelphia le donne erano ammesse all’accademia e se Mary Cassatt è stata la più celebre, qui vengono presentate donne indipendenti e coraggiose, capaci di sfidare le convenzioni e di arrivare a incarichi di prestigio: Cecilia Beaux, che rifiutò l’etichetta di pittrice per essere semplicemente un pittore, e Bessie Vonnoh, scultrice determinata ed elegante, e rappresentano con il loro lavoro e i loro successi lo <strong>spirito intraprendente e emancipato</strong> che l’America voleva incarnare nel nuovo secolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>AMERICANI A FIRENZE. SARGENT E GLI IMPRESSIONISTI DEL NUOVO MONDO</strong></p>
<p>Firenze, Palazzo Strozzi, Piazza strozzi</p>
<p>3 marzo – 15 luglio 2012</p>
<p>Orario: tutti i giorni, 9.00-20.00; giovedì, 9.00-23.00</p>
<p>Catalogo: Marsilio</p>
<p><a href="http://www.palazzostrozzi.org/"><span style="color: #0000ff;">www.palazzostrozzi.org</span></a></p>
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		<title>TIZIANO E LA NASCITA DEL PAESAGGIO MODERNO</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 06:18:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela Sala</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA['500]]></category>
		<category><![CDATA[Manierismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Rinascimento]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano, Palazzo Reale 16 febbraio – 20 maggio 2012 Il termine “paesaggio” come genere di pittura autonoma non era in uso fino a quando, nel 1552, Tiziano se n’è servito in una lettera diretta all’imperatore Filippo II. Il pittore era in contatto con i potenti del suo tempo ed aveva un epistolario anche con l’imperatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Milano, <em>Palazzo Reale</em></p>
<p><strong>16 febbraio – 20 maggio 2012</strong></p>
<p>Il termine <strong>“paesaggio”</strong> come genere di pittura autonoma non era in uso fino a quando, nel 1552, Tiziano se n’è servito in una lettera diretta all’imperatore Filippo II. Il pittore era in contatto con i potenti del suo tempo ed aveva un epistolario anche con l’imperatore di Spagna: in una missiva parla di paesaggio e codifica quello che si può ora apprezzare nelle tele esposte a Milano. La cinquantina di opere in <em>Tiziano e la nascita del paesaggio moderno</em> curata da Mauro Lucco, spazia da Tintoretto a Lorenzo Lotto, da Cima da Conegliano a Veronese e Bruegel, in un percorso ideale che si dispiega intorno al tema centrale. Nel Medioevo, specialmente negli affreschi, erano già comparsi accenni di natura, ma si trattava di semplici indicazioni schematiche, legate ad una funzione descrittiva; dipingevano il “paese” come sfondo a storie sacre o profane, non era un <strong>genere autonomo</strong>, ma un complemento per abbellire o completare il dipinto. È con l’arrivo del Rinascimento e delle forme idealizzate d’ispirazione classica che il territorio acquista autonomia iconografica, grazie anche all&#8217;arte fiamminga e tedesca.</p>
<p>Con la <em>Crocifissione nel paesaggio</em> di Giovanni Bellini (Venezia 1435/40 ca.-1516) ha inizio il percorso espositivo: un’alta croce si erge su un declivio disseminato di lapidi ebraiche. L’interesse di questo capolavoro in mostra risiede nel paesaggio visibile alle spalle del Cristo: il simbolismo è evidente nella città di fondo con i monumenti riconoscibili di San Ciriaco ad Ancona, il campanile di Venezia e la facciata del Duomo a Vicenza. Tra gli alberi spogli e le mura si snoda un sentiero che mette in comunicazione la campagna e la città in una sorta di equilibrio naturale allegorico dove le architetture sono regolate dalla prospettiva e dalla luce dorata mentre le masse scure e collinose mettono in rilievo la solitudine del Crocefisso. In questo periodo si diffonde il concetto dell’<strong>aspetto territoriale </strong>attraverso libri che parlano di natura e che richiamano nella terminologia e nella simbologia la tradizione dei pastori-poeti – è un esempio il volume rilegato in cartone e pergamena di Jacopo Sannazzaro esposto in mostra –. Anche la pittura va nella stessa direzione, alla ricerca di un’idea rinnovata che canonizzi caratteristiche nuove oltre il vero. Si assiste all’introduzione di un paesaggio autonomo e usato come scenario ma, allontanandosi dalla realtà, si evolve in <strong>qualcosa di mentale</strong>.</p>
<p>Ne<em> La</em> <em>prova del fuoco di Mosè </em><em>di</em> Giorgione (Castelfranco Veneto 1478 ca.- Venezia 1510) è narrata la scena del dispotico faraone che mette alla prova il bambino. Le figure, tutte in abito rinascimentale, non occupano più il primo piano permettendo all’ambiente di guadagnare spazio. L’episodio si svolge a sinistra sotto gli alberi mentre, dall’altra parte, si apre uno squarcio luminoso nel quale compaiono colline, castelli e montagne che degradano all&#8217;orizzonte. Un paesaggio inventato, uno scenario che sostituisce il solenne sentimento religioso di Bellini.</p>
<p>Percorrendo le sale il ruolo e il valore del paesaggio si modificano nelle opere di Palma il Vecchio, Cima da Conegliano, Veronese e Jacopo da Bassano, arrivando fino alla chiusura con il <em>Narciso</em> di Tintoretto. È Tiziano (Pieve di Cadore 1490 ca-Venezia 1576 ca.) che ne <em>Madonna col Bambino tra i santi Caterina e Domenico</em><em> </em><em>e il donatore,</em><em> opera con grande sottigliezza alcune varianti all’interno di uno <strong>schema compositivo</strong>: </em>per aumentare la suggestione e la vivacità scompare il tradizionale pavimento a mattonelle quadrate lasciando posto alla verzura che penetra fin sotto i piedi dei santi. La Vergine è vista a figura intera, su un fondale buio: dividendo in due la scena, una chiara e una scura, si contrappongono il dentro e il fuori, gli uomini e le donne, la luce e l’ombra. A questo si aggiunge una <strong>veduta paesistica</strong> del tutto immaginaria che fa penetrare l’aria riempiendola di vitalità. La scoperta del paesaggio inaugurata da Giovanni Bellini e Giorgione e sviluppatasi in modo particolare con Tiziano ha concluso il ciclo e le nuove generazioni dovranno partire da questa <strong>eccezionale eredità</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>TIZIANO E LA NASCITA DEL PAESAGGIO MODERNO</strong><strong> </strong></p>
<p>Milano, Palazzo Reale, Piazza Duomo</p>
<p>16 febbraio – 20 maggio 2012</p>
<p>Orario: lun, 4.30 – 19.30; mar, mer, ven, dom, 9.30 – 19.30; gio e sab, 9.30 – 22.30</p>
<p>Catalogo: Giunti Editore</p>
<p><a href="http://www.comune.milano.it/palazzoreale"><span style="color: #0000ff;">www.comune.milano.it/palazzoreale</span></a></p>
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		<title>BERNARDO BELLOTTO</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 19:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Coluccia</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE CONCLUSE]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Rococò]]></category>
		<category><![CDATA[scenografia]]></category>
		<category><![CDATA[Vedutismo]]></category>
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		<description><![CDATA[IL CANALETTO DELLE CORTI EUROPEE Conegliano (TV), Palazzo Sarcinelli 11 novembre 2011 – 15 aprile 2012 Un’architettura impressionistica, ricca di colori e di sfumature, che parte da una condizione di schematizzazione formale, tipica degli studi sulla prospettiva, per giungere ad una soluzione coloristica carica di passione e di sentimento: dei veri e propri affreschi emozionali. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL CANALETTO DELLE CORTI EUROPEE</strong></p>
<p>Conegliano (TV), <em>Palazzo Sarcinelli</em></p>
<p><strong>11 novembre 2011 – 15 aprile 2012</strong></p>
<p>Un’architettura impressionistica, ricca di colori e di sfumature, che parte da una condizione di <strong>schematizzazione formale</strong>, tipica degli studi sulla prospettiva, per giungere ad una soluzione coloristica carica di passione e di sentimento: dei veri e propri affreschi emozionali. Lascia il segno la mostra sul Bellotto, organizzata a Conegliano, a Palazzo Sarcinelli, dove sono presentate all’incirca quaranta opere di Bernardo Bellotto insieme ad alcuni dipinti e acqueforti di altri pittori coevi quali il Canaletto, il Marieschi, il Guardi e il Carlevarijs, tutti scelti nella direzione di inquadrare la realtà storica e artistica del periodo e cioè il <strong>Vedutismo</strong>. Questa corrente artistica è un genere pittorico che è fiorito nella seconda metà del Seicento in Olanda e che si è presto diffuso in Italia, dove ha conosciuto particolare sviluppo nel diciottesimo secolo. Era molto apprezzato dai contemporanei perché dava vita eterna a <strong>scorci architettonici</strong> e a momenti di vita di città che possedevano un glorioso passato storico come Venezia e Roma e riusciva a farlo, attraverso le acqueforti o grazie ai dipinti. Le vedute sono giunte a noi praticamente identiche a come erano in realtà grazie alla ricchezza particolari e alla profondità dei colori, gettati sulla tela quasi con furore, per renderli presenti e vivi, per dare l’idea del movimento e della frenesia dell’elemento figurativo umano che ne faceva parte. Ne è un esempio concreto il quadro di Bellotto <em>Il Canal Grande dalla parte di Rialto verso Ca’ Foscari</em>, (1742, olio su tela, cm 60&#215;91,5, collezione privata) dove l’algore luministico del vedutista si rifrange in mille schegge di luce e le usuali tonalità fredde ma brillanti del bianco e del grigio appaiono piene di vita tanto quanto pare muoversi sulla tela l’elemento umano raffigurato nello svolgersi delle sue attività quotidiane. È una delle più belle vedute veneziane dell’epoca: un rifulgere di intensità espressiva realizzata attraverso forti pennellate di colore, dove i più piccoli particolari sono eseguiti con <strong>minuziosa preziosità</strong> e la definizione dei contorni delle architetture è affidato a sottili linee nere o grigio scure, commoventi nella loro semplice linearità.</p>
<p>Attira lo sguardo anche la smagliante cromia de <em>L’arco di Tito a Roma</em> (fra il 1743 e il 1744, cm 28&#215;38, Bergamo Accademia Carrara), realizzato in occasione del viaggio di Bellotto nella capitale proprio in quell’anno insieme allo zio Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto, dove il Bellotto si stacca dal formalismo veneziano dello zio, lui che diventerà il pittore delle grandi corti europee, per giungere ad una <strong>stesura rapida e nervosa</strong>, l’impianto rimane di tipo scenografico e dunque prettamente di chiara ispirazione architettonica ma è il viaggio chiaroscurale fra luci e ombre a rendere questo piccolo dipinto davvero un dono prezioso agli occhi di chi guarda.</p>
<p>Incantevoli e quasi incantati sono infine i Capricci in cui Bellotto si cimenta cercando di spingere il suo impeto artistico nella direzione della fioritura di questo genere pittorico che si sviluppa velocissimo nel corso del <strong>Settecento </strong>e che consisteva nell’osservare un luogo dal vero e dunque il punto di partenza è sempre il vedutismo, nel quasi poi si immettono elementi eroici e fantastici in un connubio fra storia e arte, dove la fantasia affidata a figure che appartengono anche alla più semplice condizione umana, come le lavandaie, che assumono in un unico movimento di colore intriso di oro pallido,la maestosa dolcezza di tutte le sfumature dell’intero universo femminile, in un comune sentimento di ritorno al grembo della madre e alla generosità della terra creatrice e feconda di rinnovate primavere (cfr. Bernardo Bellotto, <em>Capriccio romano con il Colosseo</em>, 1743-44, olio su tela, cm 132,5&#215;117, Parma, Galleria Nazionale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>BERNARDO BELLOTTO. IL CANALETTO DELLE CORTI EUROPEE</strong></p>
<p>Conegliano (TV), Palazzo Sarcinelli, Via XX Settembre, 132</p>
<p>11 novembre 2011 – 15 aprile 2012</p>
<p>Orario: lun-gio, 9.00-19.00; ven-sab, 9.00-21.00; dom, 9.00-20.00</p>
<p>Catalogo: Marsilio Editori</p>
<p><a href="http://www.bellottoconegliano.it/">www.bellottoconegliano.it</a></p>
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		<title>TINTORETTO</title>
		<link>http://www.mostreinmostra.it/tintoretto/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 06:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Alfieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA['500]]></category>
		<category><![CDATA[arte antica]]></category>
		<category><![CDATA[Manierismo]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, Scuderie del Quirinale 25 febbraio – 10 giugno 2012 Nella Venezia del ‘500, centro nevralgico del commercio e dell’economia mediterranee, residenza di alcune delle più prestigiose e ricche famiglie d’Italia, l’arte del pieno Rinascimento visse uno sviluppo straordinario, competendo con quella che era stata fino ad allora la culla della rinascita umanistica, ovvero Firenze. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, <em>Scuderie del Quirinale</em></p>
<p><strong>25 febbraio – 10 giugno 2012</strong></p>
<p>Nella Venezia del ‘500, centro nevralgico del commercio e dell’economia mediterranee, residenza di alcune delle più prestigiose e ricche famiglie d’Italia, l’arte del pieno Rinascimento visse uno sviluppo straordinario, competendo con quella che era stata fino ad allora la culla della <strong>rinascita umanistica</strong>, ovvero Firenze. Complice fu l’opera di tutta una generazione di artisti eccelsi, destinati a lasciare un segno indelebile nella storia dell’arte di sempre, e di committenti illuminati vogliosi di rivaleggiare coi fasti di Roma e dei Medici. Questa stagione ha due protagonisti su tutti, ovvero Tiziano Vecellio e Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. A quest’ultimo è dedicata la mostra attualmente in corso alle Scuderie del Quirinale di Roma, curata da Vittorio Sgarbi, è che rappresenta una delle rarissime occasioni di esposizioni monografiche dedicate all’artista. Pensare che l’ultima risale al 1937, ma d’altronde gran parte della produzione del pittore è realizzata su <strong>giganteschi teleri</strong>, che andarono ad allestire per esempio la scuola di San Rocco e che rappresentano uno dei cicli pittorici più straordinari dell’arte di ogni tempo.</p>
<p>Il Tintoretto era una personalità particolare, profondamente segnata da uno <strong>spirito irrequieto</strong>; le sue tensioni psicologiche, la sua malinconia fu trasmessa anche nella sua produzione, specie nella ricca produzione ritrattistica, nella mostra ben rappresentata da una serie di opere dedicate a personaggi anonimi, o al dittico dedicato ai fratelli Alvise e Giovanni Paolo Cornaro. Anche dai suoi modelli emerge la profondità psicologica e lo sconforto dinanzi al nulla, ma diventa evidente soprattutto negli autoritratti, in quello giovanile di Londra ma soprattutto in quello disarmante del Louvre, l’anziano Jacopo con lo sguardo sconfortato. Robusti non era un devoto, ma rispondeva con <strong>spirito mercantile</strong> alle committenze richieste: non aveva grandi possedimenti in proprio, e l’opera ritrattistica garantiva un buon introito con poco sforzo da parte sua. <strong>Jean-Paul Sartre</strong>, in uno splendido libro dedicato all’artista, confronta Tintoretto a Tiziano, i due avversari di una vita, le due antitetiche concezioni dell’arte e della vita. Tiziano godette dei privilegi delle alte corti, mentre Tintoretto fu continuamente rincorso dalle esigenze materiali, dalle incomprensioni e dai conflitti con le autorità della Serenissima. Per questo, la sua produzione può dirsi caratterizzata da una <strong>“religiosità laica”</strong>: i santi e gli angeli di Tintoretto hanno una realtà concreta, fisica, corporea. Per quanto adornati da aureole o da luci metafisiche, denunciano sempre una loro “stanchezza”, una loro voluminosità, una loro concretezza. Sartre insiste molto su questo elemento: i corpi dei personaggi si scontrano tra loro, si gettano a terra, esprimono una loro immanenza sensibile che nella tradizione precedente veniva occultata per un’esaltazione teologica astratta. Guardate il San Marco del <em>San Marco libera lo schiavo dal supplizio della tortura</em>, il pezzo forte della mostra, uno dei capolavori del Tintoretto delle Gallerie dell’Accademia: l’angelo è ripreso da uno scorcio assolutamente anomalo, è difficilmente riconoscibile, sembra un aereo in picchiata e infatti Sartre sosteneva come sembrasse destinato a schiantarsi sul pubblico sottostante. Così è anche per la <em>Trafugazione</em><em> di San Marco</em>, dove in una scena costruita secondo una prospettiva teatrale, i personaggi in primo piano sembrano aver abdicato a ogni elemento di <strong>santità e divinità</strong>. Il volume dei corpi si nota anche negli scorci di <em>Apollo e Dafne</em>, ma anche nelle due ultime cene esposte, due altri capolavori caratterizzati da una anomala disposizione della tavola presieduta dal Cristo, dalle tinte oscure che annunciano il Caravaggio e che si contrappongono allo stile conviviale e gioioso del Veronese. Tanto ancora si potrebbe dire, a proposito di altri gioielli offerti al pubblico quali il <em>San Giorgio uccide il drago</em>, <em>La creazione gli animali </em>e <em>L’incoronazione della vergine</em>, tema quest’ultimo rappresentato numerose volte da Tintoretto, un “circo” o un “vortice” di santità e trascendenza che però piuttosto che mostrarsi come atto di devozione è pur sempre un’ulteriore forma di espressione della volontà dell’artista, <strong>ricercatore insaziabile</strong> della grandezza. Una mostra impedibile, candidata a una delle migliori mostre di questo 2012.<strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>TINTORETTO</strong></p>
<p>24 febbraio – 10 giugno 2012</p>
<p>Roma, Scuderie del Quirinale, Via XXIV Maggio 16</p>
<p>Orario: dom-gio 10-20; ven e sab 10-22.30</p>
<p>Catalogo: SKIRA</p>
<p><a href="http://www.scuderiequirinale.it/"><span style="color: #a9272f;">www.scuderiequirinale.it</span></a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>L’INVENTION DU SAUVAGE</title>
		<link>http://www.mostreinmostra.it/linvention-du-sauvage/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 07:48:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Kaltbrunner</dc:creator>
				<category><![CDATA[MOSTRE IN CORSO]]></category>
		<category><![CDATA[SGUARDO INTERNAZIONALE]]></category>
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		<description><![CDATA[Parigi, Musée du Quai Branly 29 novembre 2011 – 3 giugno 2012 La spettacolarizzazione del “diverso”, sia la diversità rappresentata da un difetto fisico, da una deformità, o semplicemente dal colore della pelle o dall’appartenenza ad un’altra etnia, ci costringe ad individuare e tracciare i confini della nostra concezione di normalità. L’altro, lo sconosciuto, colui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parigi, <em>Musée du Quai Branly</em></p>
<p><strong>29 novembre 2011 – 3 giugno 2012</strong></p>
<p>La spettacolarizzazione del “diverso”, sia la diversità rappresentata da un difetto fisico, da una deformità, o semplicemente dal colore della pelle o dall’appartenenza ad un’altra etnia, ci costringe ad individuare e tracciare i confini della nostra concezione di normalità.</p>
<p><strong>L’altro</strong>, lo sconosciuto, colui che, con la sua carnagione scura, i tratti somatici insoliti, gli abiti bizzarri e il comportamento inconsueto, pungola la nostra immaginazione, risveglia in noi quell’arroganza propria dell’essere umano, indissociabile dalle sue ambizioni di dominazione.</p>
<p>Il giullare nano delle corti medievali, la cui diversità fisica era considerata di per sé comica, il Danzatore degli Dei dell’Antico Egitto, appartenente al gruppo etnico dei Pigmei e offerto in dono ai faraoni come distrazione, così come le migliaia di uomini, donne e bambini strappati ai villaggi dei paesi cosiddetti “esotici” per essere esibiti, derisi ed umiliati in occasione delle Esposizioni Coloniali Universali di fine 1800.</p>
<p>Esemplari umani da collezionare, poco più che oggetti o bestie rare, intorno ai quali venivano ricostruiti microcosmi caricaturali ad uso e consumo di quei visitatori in cerca di emozioni forti e di uno spettacolo come mai se ne erano visti prima.</p>
<p>Senza dimenticare la piaga del circo, meschina e crudele messa in scena di quelli che venivano orgogliosamente reclamizzati dagli strilloni come <strong>mostruosità </strong>e scherzi della natura.</p>
<p>Ed è proprio al circo che si ispira la scenografia della mostra, ed è forse la stessa forma di <strong>morboso voyeurismo</strong> ad accomunare il visitatore odierno al guardone ottocentesco che godeva della tragedia umana presentata senza vergogna come il più imperdibile degli spettacoli.</p>
<p>Le pareti rosse e le quinte sfalsate all’ingresso della prima sala ricordano il tendone del circo o il sipario di un teatro, quel luogo surreale dove si fondono e impastano la finzione della messa in scena e l’autentica esistenza degli uomini che ogni giorno indossano una maschera per il diletto del pubblico.</p>
<p>Più di 500 tra dipinti, testimonianze fotografiche, réclame, cartelloni pubblicitari, ma anche calchi di cera, ed estratti di documentari d’epoca confessano l’onta di centinaia di anni di soprusi, crudeltà e vite spezzate. Si comincia con il ritratto di Antonietta Gonzalvo, giovane donna proveniente dall’isola di Reunion e affetta da ipertricosi, e si procede tra un improbabile scheletro di sirena e un altro dipinto che ritrae una famiglia di Inuit  sradicata dall’Artico per essere presentata al re di Danimarca nel 1654. Il <strong>gusto per l’esotico</strong>, l’eccentrico e persino l’interesse morboso per tutto ciò che veniva considerato mostruoso, hanno rimpolpato per secoli le collezioni dei cosiddetti <em>cabinet de curiosité, </em>e oggi vanno ad integrare le centinaia di immagini a riprova dell’esistenza dei villaggi itineranti, veri e propri zoo umani ambulanti, che offrivano al loro pubblico distillati più o meno verosimili di un’esistenza considerata selvaggia.</p>
<p>Tali spettacoli definiti “etnici” raggiungono l’apice del successo tra il 1850 e il 1930, con le Esposizioni Coloniali Universali, in occasione delle quali, migliaia di rappresentanti di paesi lontani e “primitivi”, venivano obbligati a cantare, ballare e indossare costumi molto spesso esasperati, per il più sfrenato divertimento delle famiglie. Una <strong>forma di intrattenimento</strong> ormai alla portata di tutti, che si diffonde ovunque in Occidente, da Parigi a Londra, fino a New York, favorendo la propagazione delle nuove teorie razziali, e introducendo nel pensiero collettivo la nozione di gerarchia tra le “specie umane”.</p>
<p>La stigmatizzazione del diverso colpisce in genere il più debole, ed è così che i diversi circhi itineranti tra Europa e Stati Uniti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, offrivano al loro pubblico assetato di stranezze, i cosiddetti Freak Shows, spettacoli intrisi di sadismo e crudeltà: gemelli siamesi, bambine affette da grave ritardo mentale, il celeberrimo “Tronco Umano”, nani e giganti venivano fatti esibire come <strong>fenomeni da baraccone</strong>.</p>
<p>“Qui est votre sauvage?”, da chi ci sentiamo minacciati, quale diversità ci mette a disagio?</p>
<p>Con questa domanda, proiettata a grandi lettere su di un parete accanto ai volti di un ragazzo down, di una donna velata, di due ragazze che si baciano e di un uomo che si raddrizza la kippah sulla testa, si abbandona l’ultima sala della mostra, un fardello in più sulle spalle, e un senso di malessere nel petto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><strong>L’INVENTION DU SAUVAGE</strong></strong></p>
<p>Parigi, Musée du quai Branly<strong>,</strong> 37 quai Branly</p>
<p>29 novembre 2011 – 3 giugno 2012</p>
<p>Orario: mar, mer e dom 11-19, gio, ven e sab 11-21</p>
<p>Catalogo: coedizione Musée du Quai Branly / Actes Sud</p>
<p><a href="http://www.quaibranly.fr/fr/programmation/expositions/a-l-affiche/exhibitions.html"><span style="color: #0000ff;">www.quaibranly.fr/fr/programmation/expositions/a-l-affiche/exhibitions.html</span></a></p>
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