CLAUDIO FILIPPINI – SOSPENSIONI

Brescia, Galleria Colossi Arte Contemporanea

6 maggio – 20 luglio 2010

Scegliendo la classica tecnica dell’olio su tela, l’artista riesce a raccontare e ricreare luoghi e volti, angoli di strade e prospettive urbane, inondate di sole o bagnate di pioggia, invase di folla o deserte, trasmettendo nel pubblico un senso di lieve attesa, di suspense lirica, di immemore sorpresa: dipinti sospesi dalla realtà verso il sogno, dalla certezza all’inatteso, da ciò che è noto all’inconscio e al desiderato.

In galleria sono presenti una trentina di opere che rappresentano le tematiche preferite dell’artista. Si parte dalle rappresentazioni di New York realizzate o con un taglio fotografico che le rende reali in maniera quasi impressionante, o attraverso scorci inediti e improbabili che, grazie alla sua mano, acquistano nuovo fascino e bellezza. Proseguendo, compaiono rappresentazioni di automobili americane d’epoca, la cui resa perfetta e lucente riporta improvvisamente alle calde spiagge assolate della California degli anni Cinquanta, assieme a scene di genere, sempre rese però con un taglio assolutamente particolare. Altro cavallo di battaglia dell’artista sono le opere, presenti in mostra, che rappresentano le ombre d’ignari passanti su pavimenti di cotto illuminati da un sole estivo, assieme alla stupefacente resa dei riflessi degli edifici di Brescia che si rispecchiano sui vetri di automobili parcheggiate o in corsa in tangenziale. La particolarità di Filippini è la capacità di tradurre le immagini in fotogrammi, fermo-immagini dello sguardo d’artista che deve “possedere” il reale per ricrearlo e rileggerlo attraverso la perfetta azione di un dipingere a lungo esercitato e atteso. Come protagonisti di un romanzo, ci troviamo dentro i suoi dipinti, chiamati a parteciparvi, riflessi dagli specchi di acqua e inondati dalla luce dei cieli che Filippini dipinge come quinte scenografiche, solitari in mezzo ad un viale di provincia o indaffarati lungo i marciapiedi di una New York affollata, affascinati da una statua che si perde nella foschia autunnale, incantati da un’elegante auto d’epoca, attratti da quel corpo femminile mollemente sdraiato nella calura estiva. Muovendosi dalla grande tradizione realista e prendendo le giuste distanze dagli eccessi dell’Iperrealismo, Filippini pare forse ispirarsi maggiormente alla lezione fondamentale di Edward Hopper, per quei tagli di luce, quelle vedute notturne brulicanti di desideri inespressi, quelle città attraversate da passi silenziosi, quelle strade sorprese da albe impreviste. Come ha giustamente osservato Maurizio Bernardelli Curuz, ancora qualche anno addietro, Filippini è testimone figurativo del contemporaneo, dipingendo opere appartenenti ad un «landscape raffreddato, che rende conto delle nuove modalità di osservazione dell’uomo nella civiltà postindustriale». È l’essere umano, infatti, con le sue storie, i suoi segreti e i suoi sensi, a diventare l’ultima chiave di lettura dell’opera di Filippini, artista che con precisione lenticolare e personale rielaborazione trasforma il reale in racconto da costruire scena dopo scena, scatto pittorico dopo scatto pittorico, tra suspense cinematografica e sospensione  narrativa. Del resto, come suggerisce il titolo della mostra, nella sua opera ritroviamo l’idea della della sorpresa, ma anche del sospetto che l’artista voglia raccontarci ancora qualcosa, o forse solo suggerircelo, lasciando a noi la possibilità di dare un volto e un significato nuovo al suo mondo denso di fascino e di misteriosa bellezza. La mostra di Filippini a Brescia vale sicuramente una visita in galleria anche da parte di coloro che sono meno appassionati di arte contemporanea perché la resa quasi perfetta di queste opere figurative sicuramente affascinerà e appassionerà ogni tipologia di persona ed ogni fascia di età; perché nella maestra di questo artista sarà facile per ognuno cogliere la grandezza delle capacità manuali dell’uomo ancora in grado di tenere perfettamente testa all’imperversare della tecnologia moderna.