ALEKSANDER RODČENKO

ALEKSANDER RODČENKO

Roma, Palazzo delle esposizioni

8 ottobre – 8 gennaio 2012

Se ci si chiede come possa essere stato possibile, in un improbabile contesto quale quello della sconfinata Russia zarista di inizio secolo, l’avvento della Rivoluzione destinata a cambiare il mondo e a segnare la modernità, è necessario rendersi conto che non sarebbero bastate da un lato la rabbia e la volontà di riscatto delle masse proletarie e contadine sfruttate, e dall’altro lato il carisma e il pragmatismo strategico dei Padri della Rivoluzione. Era necessario che il bolscevismo venisse allevato e alimentato dal genio irripetibile di una serie di artisti e intellettuali che diedero vita a una stagione di impressionante creatività e sperimentazione linguistico-espressiva. Lo stesso rapporto che c’è tra Ėjzenštejn e il cinema, Majakovskij e la poesia, Mejerchol’d e il teatro e Malevič e la pittura, lo ritroviamo a proposito del rapporto tra Aleksandr Rodčenko e la fotografia, ma non solo, perché il rapporto si estende anche a quelle discipline centrali nella cultura visiva del Novecento come il design, la grafica e il linguaggio pubblicitario; per queste ragioni, al Palazzo delle Esposizioni, all’interno dell’allestimento Realismi socialisti. Grande pittura sovietica 1920 – 1970, un’intera area è dedicata proprio al grande fotografo, un allestimento di opere originali, foto pubblicate sulle testate ufficiali sovietiche o immagini inserite nei proclami della propaganda (come Knigi, pubblicità per la sezione di Leningrado della Casa Editrice di Stato). Nell’ambito della grandiosa e innovativa fase di sperimentazione espressiva del formalismo, che ha coinciso con la fase attiva della Rivoluzione e del sovvertimento dell’ordine costituito, l’arte si prestava volentieri all’ideologia del partito sovietico, tentando di contribuire incidendo sull’immaginario collettivo diffondendo i principi del comunismo. Non si trattava però di un’arte didascalica, dichiarativa e “banalmente” realista: dato che la realtà comunista doveva essere ancora istaurata e ci si stava impegnando per istaurarla, l’arte si apriva a una dimensione immaginifica e creativa che fosse in grado di stimolare il popolo russo e internazionale su un piano fisiologico, patico, nervoso potremmo dire. Ci si proponeva di “shockare” le menti, per questo ogni elemento figurativo veniva ricondotto alla funzione formale piuttosto che al dover “rappresentare” o “dire” contenutisticamente qualcosa. Questo appariva ovvio nel Suprematismo ad esempio e nella dichiarazione di intenti di Malevič e del suo astrattismo radicale, e anche nella sofisticata tecnica di montaggio adottata e teorizzata dai grandi registi del muto; ma come la mettiamo con la fotografia? Essa ontologicamente non tradisce immediatamente un’appartenenza alla realtà e una corrispondenza col mondo? Qui si pone tutto l’innovatismo di Rodčenko, che decide di adottare la fotografia come strumento di creazione artistica, “colpendo” il mondo piuttosto che copiarlo in maniera meccanica: inquadrature oblique, figure fuori fuoco, ma anche sovrimpressioni e fotomontaggi dedicati spesso a soggetti apparentemente ininfluenti e trascurabili (come il bellissimo Ritratto di madre, o il Tuffatore). Dai suoi collage prenderà ispirazione una consolidata scuola di pubblicitari e creativi, che realizzeranno patchworks dal gusto tipicamente retrò a partire proprio dallo stile travolgente del maestro russo. Questa maniera rivoluzionaria di concepire la fotografia, per emanciparla dalla sua funzione meramente documentativa e farne un’arte a tutti gli effetti, dimostra una maturità teorica e estetica decisamente avanti rispetto alle esperienze dei Realismi Socialisti a cui fa riferimento l’intera mostra in corso fino a gennaio: rispetto alla fase iniziale di matrice formalista, ancora legata alle intuizioni brillanti di grandi artisti, l’arte sovietica come è evidente nella mostra prenderà una china decisamente negativa, da quando il comunismo si sarà definitivamente imposto come potere autoritario e ufficiale. Lo spirito rivoluzionario era perciò destinato a svilirsi, a partire dalle banali tesi filosofiche leniniste della “teoria del riflesso” che si svilupperanno fino alle imposizioni staliniste di Ždanov; il risultato fu uno stile, appunto il cosiddetto Realismo Socialista, decisamente immaturo, anacronistico per non dire obsoleto rispetto alle esigenze che l’arte novecentesca aveva promosso, oggi persino kitsch oltre che retorico e arretrato (Uno dei nostri eroi di Samuil Adlivankin, o Il bolscevico di Boris Kustodiev), e che recupererà un barlume di dignità solamente nell’era Brežnev (Ginnasti dell’URSS di Dimitrij Žilinskij). Con la dittatura e la fase amministrativa del bolscevismo, si esaurì la carica sovversiva e l’inventiva dell’arte degli inizi, di cui Rodčenko fu uno dei maggiori rappresentanti.




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